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Economia 3 min di lettura54 min fa

Drenaggio fiscale, il conto fino al 2027: 30,8 miliardi in più

Due criteri di calcolo mostrano quanto l’inflazione possa aumentare il gettito IRPEF e perché le riforme recenti hanno attenuato l’effetto.

Tra il 2022 e il 2027 l’aumento dei prezzi e delle retribuzioni potrebbe produrre fino a 30,8 miliardi di euro di maggiori entrate IRPEF. La stima cambia però in modo rilevante a seconda del criterio scelto: considerando soltanto l’adeguamento dei redditi, l’effetto scende a 15,6 miliardi.

Il fenomeno riguarda il drenaggio fiscale, cioè l’incremento della pressione tributaria che può verificarsi quando salari e prezzi salgono ma aliquote, scaglioni e detrazioni restano invariati. In un sistema progressivo come quello dell’IRPEF, anche un aumento nominale che non accresce il potere d’acquisto può spingere una parte del reddito verso aliquote più elevate.

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Quando l’inflazione fa pagare di più

Se lo stipendio cresce esattamente quanto l’inflazione, il lavoratore non dispone di una maggiore capacità di spesa. Tuttavia, il reddito nominale aumenta e può occupare una quota più ampia degli scaglioni IRPEF; nello stesso tempo, le detrazioni fisse incidono meno sul tributo complessivo.

In questo caso il drenaggio fiscale corrisponde alle maggiori somme incassate dallo Stato rispetto a quelle che avrebbe riscosso senza l’aumento contemporaneo di prezzi e redditi. Il problema diventa più complesso quando le retribuzioni aumentano meno dei prezzi: con il criterio basato solo sull’inflazione, l’effetto può risultare positivo anche se il gettito non cresce.

Per esempio, se i salari restano fermi mentre il costo della vita aumenta, nessuna parte del reddito passa a uno scaglione superiore. Eppure, confrontando il sistema vigente con uno schema interamente rivalutato in base ai prezzi, si può comunque attribuire al drenaggio fiscale una maggiore entrata teorica.


Due modi per misurare l’effetto

La prima impostazione adegua scaglioni e detrazioni all’inflazione. È il metodo più utilizzato nelle analisi pubbliche e dagli organismi europei, ma misura anche la differenza rispetto a una situazione in cui la pressione fiscale sarebbe stata ridotta per compensare la perdita di potere d’acquisto.

La seconda impostazione collega invece l’adeguamento alla crescita dei redditi, fino al limite dell’inflazione. In questo modo, quando gli stipendi o le pensioni crescono meno dei prezzi, la pressione fiscale resta stabile; non diminuisce per effetto della perdita di reddito reale, ma neppure aumenta soltanto perché il reddito nominale è salito.

Se la crescita dei redditi supera l’inflazione, gli scaglioni vengono rivalutati in base ai prezzi e l’aumento della pressione tributaria riflette soltanto l’incremento del reddito reale. Secondo questa lettura, il dato più utile per stimare le entrate aggiuntive effettivamente ottenute dallo Stato è l’andamento dei redditi, non quello dei prezzi preso isolatamente.

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La stima dal 2022 al 2027

Per valutare l’impatto, sono stati ricostruiti i versamenti IRPEF applicando agli imponibili dal 2022 al 2027 il sistema composto da aliquote e scaglioni in vigore nel 2021. Il calcolo ha riguardato soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, che rappresentano la parte largamente prevalente dei contribuenti soggetti all’imposta.

La stessa procedura è stata poi ripetuta con le due diverse forme di indicizzazione, includendo anche le detrazioni. Il confronto tra il gettito ottenuto mantenendo il sistema del 2021 e quello derivante dagli schemi rivalutati consente di quantificare il drenaggio fiscale.

Con l’adeguamento ai prezzi, l’effetto cumulato stimato per il 2027 raggiunge 30,8 miliardi di euro. Applicando invece il criterio legato alla crescita dei redditi, la cifra si ferma a 15,6 miliardi: la distanza tra i due risultati è particolarmente ampia negli anni caratterizzati da inflazione elevata e aumenti salariali contenuti, come il 2022 e il 2023.


Le riforme hanno ridotto il saldo

Nel periodo considerato, le modifiche a aliquote e scaglioni hanno prodotto una riduzione del gettito stimata in 24,4 miliardi di euro. Questa perdita ha più che compensato l’effetto del drenaggio fiscale calcolato secondo il secondo criterio.

Il risultato non vale però per la prima impostazione, quella basata sull’indicizzazione ai prezzi: in quel caso l’effetto complessivo del drenaggio resta superiore alla riduzione ottenuta con le riforme fiscali.

Le dinamiche non sono state identiche per dipendenti e pensionati. Nel 2023, in particolare, la rivalutazione delle pensioni è stata più rapida della crescita degli stipendi: per questo, nel secondo scenario, il drenaggio fiscale sui pensionati è risultato persino maggiore di quello rilevato tra i lavoratori dipendenti.

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