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Economia 3 min di lettura17 ott

Milano paga il conto più alto: ecco quanto costa l’Irpef

Nel capoluogo lombardo il prelievo medio supera i 9mila euro, mentre il carico fiscale nazionale raggiunge nel 2026 il livello più alto dell’ultimo decennio.

Il dato più evidente riguarda Milano, dove nel 2024 ogni contribuente ha versato in media 9.066 euro di Irpef: una cifra nettamente superiore a quella registrata nel resto d’Italia. Il primato si inserisce in un quadro nazionale in cui la pressione fiscale è prevista al 43% nel 2026, il valore più elevato degli ultimi dieci anni.

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Milano distanzia tutte le altre province

La Città Metropolitana di Milano precede Roma, ferma a 7.536 euro pro capite, con uno scarto di oltre 1.500 euro. Alle spalle della Capitale figurano Monza e Brianza, con 7.100 euro, Bolzano, con 6.975, e Bologna, che arriva a 6.846 euro. La media italiana si ferma invece a 5.788 euro.

All’estremo opposto della graduatoria si trovano Crotone, con un’imposta media di 3.867 euro, Vibo Valentia con 3.836, il Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689. La fotografia è stata elaborata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre sulla base dei dati relativi al 2024.


Redditi più alti, aliquote più pesanti

La differenza tra i territori dipende soprattutto dal principio di progressività dell’Irpef: all’aumentare del reddito cresce anche l’aliquota applicata. Non sorprende quindi che Milano registri il reddito complessivo medio dichiarato più alto, pari a 34.803 euro.

Seguono Bologna con 30.686 euro, Monza e Brianza con 30.578, Lecco con 29.906, Bolzano con 29.846 e Parma con 29.771. Roma si colloca a 28.643 euro. In generale, nelle aree caratterizzate da redditi maggiori, il prelievo è più elevato e, secondo l’analisi, i cittadini possono contare su una rete di servizi pubblici più ampia e tendenzialmente di qualità superiore.


Pressione fiscale al 43% nel 2026

Nel 2025 il rapporto tra entrate fiscali e prodotto interno lordo era pari al 42,9%, mentre per il 2026 è stimato al 43%. Il percorso di crescita è iniziato nel 2024; nel 2022, infatti, il valore si attestava al 41,6%.

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La Cgia precisa però che l’aumento complessivo non equivale necessariamente a un aggravio per famiglie e microimprese. Per queste categorie, il peso effettivo si è ridotto negli ultimi quattro anni grazie all’ampliamento della soglia del regime forfettario per gli autonomi e alla riduzione del cuneo fiscale, con un vantaggio stimato in 33,3 miliardi di euro.


Il cuneo ridotto pesa nei conti

Una parte dell’incremento dipende da decisioni che hanno aumentato il prelievo su alcune realtà produttive. Tra queste figurano la sospensione della deducibilità di determinate spese e la cancellazione dell’Aiuto alla Crescita Economica, misura che fino al 2023 assicurava poco più di 3 miliardi l’anno.

Nel 2026 banche e assicurazioni contribuiranno inoltre alle entrate dello Stato con 5,6 miliardi aggiuntivi, effetto della revisione della disciplina sugli extraprofitti e dell’aumento dell’Irap. Anche il taglio del cuneo per i lavoratori dipendenti, paradossalmente, incide sul dato statistico: la parte erogata sotto forma di sostegno ai redditi fino a 20mila euro viene registrata come maggiore spesa pubblica.

A fronte di una riduzione complessiva del carico pari a quasi 18 miliardi, circa 4,5 miliardi vengono quindi contabilizzati come aumento della spesa. È questo meccanismo contabile, insieme agli altri interventi fiscali, a contribuire alla pressione del 43% stimata per il 2026.

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