Chimica italiana sotto pressione: il conto degli Ets può salire a 1,5 miliardi
Produzione in frenata, importazioni cinesi in forte crescita e costi energetici: Federchimica chiede all’Europa regole più sostenibili per l’industria
La chimica italiana si prepara a un altro anno difficile: dopo una produzione già inferiore di oltre il 13% rispetto al 2021, per il 2026 è attesa un’ulteriore riduzione del 3%, con possibili effetti anche sull’anno successivo. A pesare sono soprattutto il quadro geopolitico, i costi dell’energia e una concorrenza internazionale sostenuta da condizioni molto diverse da quelle europee.
All’assemblea annuale di Federchimica, il presidente Francesco Buzzella ha indicato nelle decisioni dell’Unione europea il fattore determinante per invertire la tendenza. All’incontro sono arrivati anche i messaggi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola.
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Il conto degli Ets continua a crescere
Secondo Buzzella, tra oneri diretti e indiretti legati al sistema Ets, l’industria chimica italiana sostiene oggi una spesa superiore a 600 milioni di euro ogni anno. La cifra, nelle stime richiamate durante l’assemblea, potrebbe raggiungere 1,5 miliardi entro il 2030.
Meloni ha riconosciuto che alcune politiche europee, compreso il Green Deal, hanno appesantito la situazione delle imprese imponendo costi non sempre compatibili con le esigenze produttive. La presidente del Consiglio ha quindi chiesto una revisione del sistema delle quote di emissione, con tempi più realistici e misure capaci di proteggere le aziende europee dalla concorrenza di chi non affronta gli stessi vincoli ambientali.
Per il presidente di Federchimica, la transizione non può tradursi nella perdita di capacità industriale. «La transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica», ha affermato Buzzella, sottolineando che la riduzione delle emissioni non può essere ottenuta attraverso la progressiva scomparsa delle fabbriche dal continente.
Produzione europea e occupazione in affanno
Tra il 2022 e il 2025 l’Europa ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva nel comparto chimico, pari a circa il 9% del totale. Le conseguenze hanno coinvolto circa 110.000 posti di lavoro, mentre nello stesso periodo il numero delle chiusure annunciate nel settore è diventato sei volte maggiore.
Anche il quadro italiano resta negativo. La debolezza della domanda e l’instabilità internazionale potrebbero portare a un calo produttivo del 3% nel 2026. Buzzella ha inoltre osservato che le attese per una soluzione rapida al conflitto in Medio Oriente si stanno allontanando, aumentando l’incertezza per le imprese.
Il richiamo alla competitività europea è stato collegato anche al Rapporto Draghi. Il presidente di Federchimica ha ricordato che, a due anni dalla sua pubblicazione, più dell’80% delle raccomandazioni non risulta ancora applicato. I ritardi maggiori riguardano energia e digitalizzazione, due ambiti considerati essenziali per la chimica.
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Cina e Stati Uniti mettono pressione
Nel confronto globale, l’industria europea deve misurarsi con gli Stati Uniti, forti sul piano tecnologico e scientifico, sostenuti da una rete avanzata di innovazione e finanza e da costi energetici più contenuti. A ciò si aggiungono vincoli ambientali meno gravosi rispetto a quelli imposti alle aziende dell’Unione.
La Cina rappresenta contemporaneamente uno sbocco commerciale, un fornitore e un concorrente. Tra il 2019 e il 2025 la quota cinese delle importazioni chimiche italiane è salita dal 5% al 17%; nello stesso intervallo le esportazioni italiane verso quel mercato sono cresciute del 20%, mentre gli acquisti dalla Cina hanno registrato un balzo del 410%.
Buzzella ha attribuito questo squilibrio anche al sostegno pubblico ricevuto dalle imprese cinesi. Tra il 2005 e il 2024, secondo i dati citati, gli aiuti sarebbero stati da tre a otto volte superiori a quelli riconosciuti alle aziende dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. La conseguenza, nella sua lettura, è una forma di dumping strutturale sostenuta anche dagli istituti bancari statali cinesi.
Sostenibilità oltre la sola riduzione delle emissioni
Per Federchimica la sostenibilità deve comprendere anche la tenuta economica e produttiva del sistema. Tra il 2021 e il 2025 gli investimenti europei nella nuova capacità chimica sono diminuiti del 90%, mentre la quota dell’Unione sulle emissioni mondiali è scesa al 5,8%; a livello globale, invece, le emissioni sono aumentate del 60% dal 1990.
Buzzella ha quindi sostenuto la necessità di un approccio più ampio, capace di collegare industria, salute e ambiente. In questa prospettiva la chimica viene considerata centrale anche nell’evoluzione del modello “One health”, che integra la tutela della salute umana, animale e vegetale.
La revisione degli Ets viene giudicata soltanto un primo intervento. La richiesta degli industriali è che le prossime scelte europee tengano insieme decarbonizzazione, competitività e autonomia produttiva, così da permettere all’Europa di conservare un ruolo da protagonista nel nuovo equilibrio economico mondiale.
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