Fiscal drag, il prelievo invisibile che vale 9 miliardi
L’inflazione può far aumentare il gettito anche senza ritoccare le aliquote, incidendo su milioni di stipendi e pensioni.
L’aumento della pressione fiscale non dipende soltanto dai nuovi posti di lavoro o dai risultati ottenuti nella lotta all’evasione. C’è anche un effetto meno visibile, ma con un peso stimato in nove miliardi: il fiscal drag, cioè l’incremento del prelievo prodotto dall’inflazione quando scaglioni e detrazioni non vengono adeguati.
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L’inflazione alza il prelievo
Quando prezzi e redditi nominali crescono, stipendi e pensioni possono finire in fasce d’imposta più alte anche se il loro potere d’acquisto non aumenta. Il contribuente versa così una quota maggiore allo Stato senza che le aliquote siano formalmente modificate.
Il meccanismo riguarda milioni di persone e agisce in modo graduale. La mancata indicizzazione dell’imposta trasferisce infatti una parte dell’effetto dell’inflazione sul gettito pubblico, rendendo più elevata la pressione fiscale complessiva.
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Cosa manca nella spiegazione
Giorgia Meloni ha collegato l’incremento della pressione fiscale soprattutto all’aumento dell’occupazione e al recupero di risorse sottratte al fisco. Questa lettura considera due fattori reali, ma non include l’impatto del fiscal drag sui redditi di lavoratori e pensionati.
La Commissione europea riconosce formalmente il ruolo della mancata indicizzazione nel determinare questo effetto. Perciò l’aumento del prelievo non è spiegato soltanto da più contribuenti occupati o da una maggiore emersione dell’evasione: anche l’inflazione, lasciando invariati scaglioni e correttivi, contribuisce a far crescere le entrate.
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