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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Cermed, 52 milioni di debiti: il tribunale avvia la liquidazione

La società di Guspini, nata per rilanciare l’area mineraria con ceramiche d’argilla sarda, chiude dopo anni di difficoltà e lascia aperta la partita per 130 lavoratori.

La produzione di ceramiche ottenute dall’argilla sarda si ferma dopo un lungo percorso industriale segnato da privatizzazioni, tentativi di rilancio e nuove difficoltà finanziarie. Il Tribunale di Cagliari ha dichiarato la liquidazione giudiziale di Cermed Ceramica Mediterranea, società con sede a Guspini, nel Medio Campidano.

La decisione è arrivata con una sentenza pronunciata il 13 ottobre e apre ora la fase destinata alla gestione del passivo e alla verifica delle posizioni dei creditori. Al 31 dicembre scorso, i debiti dell’azienda ammontavano a 52 milioni di euro.

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Scade domani
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Un progetto nato dopo le miniere

Cermed era stata costituita nell’ambito della riconversione delle attività minerarie e avrebbe dovuto creare nuove opportunità per gli ex lavoratori di Montevecchio. L’idea industriale puntava sull’utilizzo delle argille presenti in Sardegna, con una filiera produttiva radicata nel territorio e destinata in larga parte ai mercati oltremare.

Dopo la fase iniziale a guida pubblica arrivarono la privatizzazione e un primo tentativo di ripartenza. A una successiva contrazione dell’attività seguì un altro rilancio, ma il miglioramento non fu sufficiente a evitare il ritorno della crisi. L’aumento delle spese di gestione ha progressivamente ridotto i margini di manovra della società.


Energia e trasporti hanno aggravato la crisi

Tra i fattori che hanno pesato maggiormente figurano le difficoltà di approvvigionamento del gas e il forte incremento del prezzo dell’elettricità. A questi elementi si sono aggiunti i rincari dei trasporti su gomma e via mare, particolarmente rilevanti per un’azienda che inviava gran parte dei propri prodotti fuori dall’isola.

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Le iniziative di mobilitazione e le richieste di intervento non hanno consentito di superare la situazione. La pressione sui costi si è intrecciata con una disponibilità di liquidità sempre più limitata, rendendo complesso sostenere la continuità aziendale.


Ora si guarda a lavoratori e stabilimenti

Nelle settimane precedenti era stata avviata anche una procedura per valutare una proposta di concordato. Il tempo concesso per individuare una soluzione non ha però portato a un esito positivo e il tribunale ha quindi disposto la liquidazione giudiziale.

Il prossimo appuntamento è fissato al 18 marzo, quando si riuniranno i creditori. Nel frattempo, le organizzazioni sindacali chiedono garanzie sugli ammortizzatori sociali e sollecitano un progetto capace di preservare il complesso produttivo.

Sono circa 120 le persone impiegate in Sardegna, mentre una decina lavora nella sede di Sassuolo, dove si concentra l’attività commerciale. Il futuro degli stabilimenti e la tutela dell’occupazione restano così i principali nodi della nuova fase.

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