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Economia 4 min di lettura2 ore fa

Azioni ancora in corsa: perché il 5% dei bond non basta a fermarle

Rendimenti obbligazionari elevati e inflazione sotto controllo cambiano gli equilibri, ma la crescita degli utili continua a sostenere i mercati azionari.

Il richiamo dei titoli di Stato è tornato difficile da ignorare, ma non ha ancora messo fuori gioco le azioni. Con rendimenti obbligazionari intorno al 5%, i portafogli orientati alla crescita possono aumentare la componente di debito pubblico; tuttavia, finché gli utili societari manterranno un ritmo robusto, la navigazione sui mercati azionari resterà possibile.

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Gli utili tengono il timone

Le prospettive elaborate da Robeco nel rapporto quinquennale Expected Returns indicano che azioni dei Paesi sviluppati ed emergenti potrebbero offrire, nei prossimi anni, risultati superiori rispetto ai titoli di Stato. Per i mercati azionari sviluppati viene stimato un rendimento medio annuo del 7,0% in euro, contro il 3,25% previsto per i bond governativi nazionali.

A sostenere questa differenza è soprattutto la dinamica degli utili. Le società statunitensi hanno registrato, sugli ultimi dodici mesi, una crescita del 28% su base annua: una spinta che, secondo Robeco, riesce ancora a compensare l’effetto negativo prodotto da tassi di attualizzazione più elevati.


Il nuovo richiamo delle obbligazioni

Per molto tempo i rendimenti estremamente bassi avevano lasciato agli investitori poche alternative alle azioni. Ora il quadro è cambiato: un titolo di Stato con rating AAA può offrire un ritorno vicino al 5%, inducendo a chiedersi se valga la pena esporsi alla volatilità della Borsa per cercare guadagni aggiuntivi.

Il confronto diventa ancora più delicato quando le valutazioni azionarie si trovano su livelli elevati e una parte del rialzo è legata alle aspettative sull’intelligenza artificiale. Il timore è che queste attese siano eccessive e che il capitale possa spostarsi verso strumenti percepiti come più sicuri.


Tassi più alti, ma non un crollo automatico

La relazione tra rendimenti obbligazionari e quotazioni azionarie non è però meccanica. Quando il costo del denaro sale, aumentano sia le spese di finanziamento delle imprese sia il tasso applicato agli utili futuri; in teoria, ciò riduce il valore attuale delle azioni.

Le analisi basate sull’attualizzazione dei flussi di cassa suggeriscono però che un incremento di 100 punti base, equivalente a un punto percentuale, avrebbe effetti diretti contenuti sulla maggior parte dei principali indici azionari. Le società a piccola capitalizzazione sarebbero più esposte, mentre per arrivare a uno scenario simile al crollo del 1987, quando il mercato perse il 25%, fu necessario un rialzo dei tassi di 200 punti base.

Il problema riguarda anche la concorrenza per attrarre il capitale. Se i bond con rating AAA garantiscono tra il 5% e il 6%, chi compra azioni può pretendere un premio di rischio maggiore. I multipli di Borsa potrebbero quindi comprimersi, a meno che la crescita degli utili non sia abbastanza rapida da bilanciare l’aumento del costo del capitale.

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L’inflazione non è quella del 2022

Un altro elemento distingue la fase attuale dalla crisi obbligazionaria del 2022. Allora l’impennata dei prezzi era alimentata dalla ripartenza dei consumi dopo la pandemia e da ingenti interventi fiscali; oggi, invece, la spinta della domanda si è attenuata e le pressioni arrivano soprattutto dal lato dell’offerta, anche a causa del conflitto in Medio Oriente.

I dati su salari e prezzi descrivono un quadro meno teso rispetto a quattro anni fa. L’Atlanta Fed Wage Growth Tracker segnava il 4,1% nell’agosto 2026, dal 6,7% dell’agosto 2022, mentre l’indice dei prezzi al consumo di fondo, depurato da alimentari ed energia, era al 2,4%, il valore più basso dalla pandemia.

L’inflazione generale resta invece al 3,4%, soprattutto per l’incremento dei costi energetici. Per Robeco, la condizione decisiva sarà evitare una nuova accelerazione delle aspettative sui prezzi: le pressioni salariali dovranno rimanere moderate e gli utili dovranno continuare a crescere più del costo del finanziamento.


Rendimenti al 5%: il rischio cambia

Nei principali mercati dei titoli di Stato, compresi Stati Uniti e Francia, i rendimenti hanno raggiunto il 5,26%, il livello più alto dalla fase successiva al boom della spesa post-Covid del 2022 e all’invasione russa dell’Ucraina, quando l’inflazione aveva colpito duramente le obbligazioni.

Questo nuovo livello di rendimento rende il percorso azionario più accidentato, ma non equivale a una condanna per la Borsa. La valutazione degli investitori dipenderà dal rapporto tra il ritorno certo offerto dai bond e la capacità delle imprese di produrre profitti sempre più elevati.

In quest’ottica, Robeco ritiene che la componente obbligazionaria possa trovare maggiore spazio nei portafogli con una propensione alla crescita. La presenza di utili solidi, però, lascia ancora alle azioni margini per proseguire il loro cammino, purché l’inflazione non torni a sorprendere al rialzo.

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