Vasco Brondi pubblica un libro sul valore del tempo vuoto
Il cantautore ripercorre gli anni dell’esordio e propone silenzio, noia e pratiche interiori contro l’ansia della produttività
Vasco Brondi ha pubblicato “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”, un libro dedicato al valore delle pause e della vita non finalizzata alla produttività.
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I maestri e l’arte dei fulmini
Nel volume il cantautore guarda a una lunga serie di riferimenti artistici e spirituali. Tra questi ci sono Franco Battiato, Iggy Pop, Philip Roth, Federico Fellini, Luigi Ghirri, Haruki Murakami, Gianni Celati e Werner Herzog, accomunati da percorsi personali spesso lontani dalle regole ordinarie della creazione.
Brondi considera l’arte una maniera per rivolgersi all’invisibile, attraverso canzoni, immagini, danze, preghiere o forme rituali. Attirare i fulmini significa accettare anche un rapporto sproporzionato tra l’energia investita e la possibilità di ottenere un risultato, come nel caso di Michelangelo Antonioni, che per “Deserto rosso” ha impiegato tre giorni a dipingere di bianco gli alberi.
Il silenzio contro la prestazione
Il libro prende di mira l’obbligo di essere sempre efficienti e disponibili. Secondo Brondi, la connessione continua e la rapidità finiscono per trasformare l’esistenza in una successione di stimoli, lasciando poco spazio all’ascolto e alla riflessione.
L’autore rivendica così il diritto alla noia, all’attesa e alle ore non convertite in risultati o contenuti. Anche i concerti, osserva, conservano una dimensione collettiva e rituale, mentre la solitudine nella casa in Valsassina gli permette di sentirsi separato dagli esseri umani ma ancora legato al resto del mondo.
Il libro nasce dall’esperienza
“Una cosa spirituale” è insieme un quaderno di pensieri e un resoconto di esercizi interiori. Brondi parte dagli anni del successo ottenuto con “Le luci della centrale elettrica”, il progetto musicale che nei suoi primi cinque anni gli ha consumato molte energie fisiche e mentali, per arrivare alle abitudini che oggi considera consolidate.
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Tra le pratiche raccontate compaiono il controllo del respiro, le passeggiate senza una meta precisa e il semplice restare a guardare il soffitto. Il tempo libero dall’obiettivo diventa un modo per attenuare l’ansia e recuperare un rapporto più naturale con il proprio ritmo.
Ferrara, il corpo e la voce
Ferrara e la provincia restano sullo sfondo come luoghi capaci di dare valore anche a ciò che non ha nulla di spettacolare. L’autore invita a osservare finestre, silenzi e paesaggi ordinari, perché proprio negli elementi trascurati possono riemergere immaginazione e pensiero.
Nel saggio trovano spazio anche yoga, meditazione e attenzione alle sensazioni fisiche. Brondi riflette sul legame tra la voce e il centro emotivo della persona, richiamando il lavoro di Jerzy Grotowski e il concetto giapponese di hara. La pratica interiore, come una stanza privata, può accompagnare chi è lontano da casa.
Dalla rabbia alla gratitudine
Il percorso descritto nel libro segue l’evoluzione di una voce che agli esordi raccontava l’alienazione provinciale e le macerie di una generazione. Oggi Brondi cerca invece di togliere strati, fino a raggiungere una forma di riconoscenza per ciò che normalmente viene considerato scontato.
Tra gli esempi indicati c’è la gratitudine per l’assenza, in quel preciso momento, di droni pronti a colpire. Il cantautore collega questa consapevolezza alla necessità di non restare intrappolati nell’insoddisfazione e nella continua contrapposizione con se stessi. Come scrive nel libro, “l’arte e la meditazione hanno in comune la possibilità di essere celebrazioni dei momenti trascurabili”.
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