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Cultura 4 min di lettura6 giorni fa

Dalí in passerella: a Milano la moda diventa surrealismo

A Palazzo Reale oltre duecento opere e capi raccontano il legame fra Salvador Dalí e la moda, con Gala, Schiaparelli e gli abiti che hanno trasformato il surrealismo in stile.

L’assenza di uno dei pezzi più celebri si nota quasi quanto la sua fama: in mostra non c’è il Cartier Crash, l’orologio deformato che la maison parigina ha realizzato come richiamo diretto agli orologi molli di Dalí. Ed è proprio questo vuoto a rendere più chiaro il senso dell’esposizione di Palazzo Reale, dove il dialogo fra arte, oggetti e immaginario prende forma attraverso capi, immagini e accessori.


Il dettaglio che manca racconta tutto

Tra i molti oggetti riuniti a Milano, il riferimento all’orologio di Cartier funziona come una chiave di lettura. Il quadrante asimmetrico, nato come omaggio all’estetica daliniana, riassume bene la capacità dell’artista catalano di piegare la realtà e trasformarla in simbolo.

La mostra insiste su questo slittamento continuo tra fantasia e moda, mostrando come Dalí abbia inciso anche sul linguaggio del lusso contemporaneo. Non si tratta solo di ricordare un’intuizione del passato, ma di seguire una traccia che arriva fino alle maison di oggi.


Palazzo Reale mette in scena il mondo di

Dalí e la Moda ha aperto la nuova stagione espositiva di Palazzo Reale a Milano e resterà visitabile fino al 31 gennaio 2027. L’inaugurazione è avvenuta durante la Fashion Week e si è chiusa con una cena di gala firmata Camera Moda, alla quale ha partecipato anche Giorgia Meloni.

Il progetto è sostenuto dal Comune di Milano, organizzato da MondoMostre e Civita e accompagnato dal contributo di Enel, con Flavio Cattaneo alla guida del gruppo. L’obiettivo è mettere a fuoco, per la prima volta in modo sistematico, il rapporto tra Salvador Dalí e l’universo dell’abbigliamento.


Più di duecento opere e un guardaroba in

Le sale raccolgono oltre duecento materiali: dipinti, disegni, fotografie d’epoca, gioielli, filmati e vestiti, molti dei quali mai arrivati prima in Italia. I prestiti arrivano dalla Fundació Gala-Salvador Dalí, dal Dalí Museum in Florida e dal Reina Sofía di Madrid, a cui si aggiungono gli archivi di Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne.

Per dare corpo al percorso sono stati usati 12 manichini e 27 busti sartoriali di Bonaveri, in lino naturale e con braccia mobili in legno. L’allestimento vuole rendere visibile un’idea precisa: in Dalí non c’è separazione netta tra pittore, inventore di forme e interprete della scena mondana.


Gala e le collaborazioni che hanno fatto scuola

Uno dei nuclei più forti dell’esposizione è Gala, incontrata nel 1929 e già nota come Madame Paul Eluard. Compagna, musa e collaboratrice, fu al centro di un codice visivo costruito insieme all’artista, tanto che a Milano è esposto per la prima volta fuori dalla Spagna il guardaroba della coppia.

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Tra gli abiti di lui spiccano il farfallino nero e la giacca afrodisiaca del 1936; tra quelli di lei compaiono blazer animalier, capi marinari, tailleur Chanel e modelli di Emilio Pucci, Givenchy, Cardin e Dior. I vestiti dialogano con i dipinti in cui Dalí raffigurava Gala indossando proprio quei capi, ribadendo il passaggio continuo tra tela e guardaroba.


Quando il Surrealismo entrò nelle vetrine

La svolta commerciale arriva nel 1936, quando Dalí firma una vetrina per Bonwit Teller a New York e avvia la collaborazione con Elsa Schiaparelli. Da lì nascono il vestito senza spalline in seta rosa cipria con reggiseno a doppia scarpa e i guanti-scultura dorati.

Il risultato più noto resta l’Abito Aragosta, immortalato da Cecil Beaton su Vogue addosso a Wallis Simpson, alla vigilia delle nozze con il Duca di Windsor. In seguito il rapporto con il mondo dello spettacolo si allarga anche al teatro: nel 1939 Dalí lavora con Coco Chanel ai costumi di Bacchanale, per i Ballets Russes de Monte Carlo, occupandosi pure di libretto e scenografie ispirate ai sogni di Ludovico II di Baviera.

La curatrice Judith Clark sottolinea che l’artista si appropriò dei codici della moda, li imitò e li trasformò in materia creativa. A suo giudizio, il legame attraversa tutta la produzione di Dalí e riemerge ogni volta che si osservano con attenzione le sue opere.

La co-curatrice Laura Bartolomé insiste invece sulla direzione inversa del rapporto: la moda ha continuato a nutrirsi di Dalí anche in tempi recenti, mentre lui stesso guardava alle stiliste e ai loro linguaggi già negli anni Trenta. In mostra compaiono infatti anche creazioni di Daniel Roseberry per Schiaparelli, oltre a lavori di Maria Grazia Chiuri e Jonathan Anderson per Dior.

Secondo Bartolomé, il percorso è servito a legare il nome dell’artista non solo ai grandi protagonisti del Novecento, ma anche all’influenza che continua a esercitare sulle maison contemporanee. Il risultato restituisce il profilo di un visionario che usava gli abiti come arma contro il conformismo borghese e come strumento per amplificare la propria immagine.

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