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Cultura 2 min di lettura1 ora fa

Caserta, la Reggia può ancora cambiare? La sfida dell’arte viva

Tra installazioni, musica e nuovi modi di abitare gli ambienti storici, Terrae Motus mette alla prova il futuro del complesso vanvitelliano

A Versailles oggi si può cenare sotto la firma di Alain Ducasse oppure assistere a una serata di musica elettronica all’Orangerie. È il segno di una trasformazione più ampia: le antiche regge non furono concepite come luoghi immobili, ma come scenari di rappresentanza, spettacolo, consumo e relazioni sociali.

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Quando il passato torna a parlare

Questa apertura alla contemporaneità porta il nome di Jean-Jacques Aillagon, alla guida di Versailles dal 2007 al 2011. Durante il suo mandato, nelle sale del complesso francese arrivarono i lavori di Jeff Koons, Xavier Veilhan e Takashi Murakami, accompagnati da polemiche che contribuirono anche a riaccendere l’attenzione sul monumento.

La sua esperienza ha lasciato una domanda ancora attuale: una reggia deve limitarsi a custodire ciò che è stato oppure può continuare a generare linguaggi, discussioni e nuove forme di partecipazione? Aillagon, autore anche della legge francese sul mecenatismo che ha modificato i rapporti tra imprese e cultura, ha mostrato che una dimora storica può restare un luogo produttivo, non soltanto un contenitore museale.


Terrae Motus rompe l’immobilità

A Caserta il confronto tra epoche passa soprattutto dalla collezione Terrae Motus. Nel 1993 arrivarono nella Reggia 72 opere raccolte da Lucio Amelio dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980: una scelta nata dalla volontà del gallerista e destinata, secondo le sue disposizioni, a restare nel complesso vanvitelliano.

Joseph Beuys, Andy Warhol, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino e Robert Mapplethorpe sono alcuni degli autori presenti. Le loro opere portano dentro la celebrazione settecentesca della Reggia il segno di una frattura storica: l’arte contemporanea nasce qui anche dalla memoria di ciò che il sisma aveva distrutto in pochi istanti.

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La nuova prova per la Reggia

Il progetto di Luigi Vanvitelli aveva riunito architettura, paesaggio e autorità in una grande costruzione simbolica. Inserire al suo interno Terrae Motus significa quindi mettere in relazione due concezioni differenti del tempo, senza ridurre l’una a semplice sfondo dell’altra.

La questione non riguarda soltanto la disposizione delle 72 opere. Antonio Tarasco, che da luglio dirige temporaneamente la Reggia, ha affidato a una commissione il compito di riconsiderare gli ambienti e i criteri di esposizione della raccolta. Il punto di partenza è una concezione del museo non come spazio congelato, ma come organismo capace di educare, attrarre, produrre cultura e sostenersi economicamente senza trasformarsi in un luogo commerciale privo di identità.

Anche un’opera nuova, osservava T.S. Eliot, cambia il modo in cui vengono lette quelle che l’hanno preceduta. La stessa dinamica può riguardare un museo: la presenza di Terrae Motus non cancella la Reggia settecentesca, ma può modificare lo sguardo con cui la si visita e il ruolo che il monumento intende avere nel XXI secolo.

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