Capodimonte, arriva il Corot che mancava: Napoli vista all’alba
Il museo napoletano accoglie il dipinto del 1828, acquistato dallo Stato e destinato alla sala 78 della Reggia.
Non è soltanto una nuova presenza nelle sale di Capodimonte: il dipinto di Jean-Baptiste-Camille Corot colma una lacuna nella raccolta ottocentesca del museo e rafforza il legame tra Napoli e la pittura europea dell’Ottocento. La veduta, immersa nella luce incerta dell’alba, restituisce il golfo come luogo di osservazione naturale e di sperimentazione artistica.
Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, ha definito l’ingresso dell’opera «un’acquisizione dal grande significato». Il direttore ha inoltre ringraziato il ministro della Cultura Alessandro Giuli, insieme ai funzionari e agli storici dell’arte che hanno contribuito a mantenere in Italia un quadro considerato identitario e a indirizzarlo verso la collezione napoletana.
Un ponte tra Parigi e Napoli
Corot arrivò nella città partenopea nella primavera del 1828, durante il viaggio italiano iniziato tre anni prima. Dopo le tappe di Roma, Narni e Tivoli, il pittore si confrontò con il paesaggio mediterraneo e con una luce diversa da quella osservata in precedenza; il soggiorno napoletano durò circa due mesi.
L’artista sarebbe tornato a Napoli nel 1834 e nel 1843, ma fu la prima permanenza a incidere maggiormente sul suo metodo. L’attenzione rivolta alla natura e alle trasformazioni dei colori provocate dal mutare della luce lo spinse verso una pittura realizzata direttamente davanti al paesaggio, con appunti rapidi e supporti facilmente trasportabili.
Nel XIX secolo il golfo era una tappa centrale del viaggio degli artisti europei. In quel contesto prese forma la Scuola di Posillipo, avviata da Anton Sminck van Pitloo, mentre il confronto tra Corot e Pitloo favorì la circolazione di idee tra la Francia e Napoli.
La ricerca napoletana di Corot si inserisce nella linea degli stranieri attratti dalle vedute del golfo, da Wutky a Rebell, Turner e Catel. Rispetto alle rappresentazioni più analitiche di Hackert e van Wittel o alle scene popolate di Della Gatta e Fabris, il pittore francese preferì una lettura più emotiva, fondata sulle relazioni tra atmosfera, acqua e cielo.
L’alba sul golfo ferma il tempo
In «La baia di Napoli con Castel dell’Ovo» il giorno sta iniziando. Il Vesuvio resta parzialmente nascosto dagli edifici della costa, mentre il sole basso illumina il mare da dietro e allunga sulla superficie le ombre del castello, del boschetto e del Real Casino di Pesca del Chiatamone.
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La scena dovrebbe essere osservata dall’area d’ingresso della Villa Reale. Accanto al complesso si distinguono il Palazzo d’Aquino di Caramanico; sullo sfondo compaiono la cupola della chiesa delle Crocelle e il Gran Quartiere di Pizzofalcone. Oltre Castel dell’Ovo emergono le cime dei monti.
Il vento, appena percepibile, sembra spostarsi dal castello verso la terraferma e increspa lievemente l’acqua. Poche presenze interrompono la quiete: una donna sulla spiaggia e alcuni marinai su una barca al largo, mentre la città si prepara a risvegliarsi.
La luce argentea attenua i contrasti e sostituisce i consueti toni bruni con passaggi cromatici più delicati. Il dipinto appartiene così al gruppo di lavori eseguiti a Napoli, particolarmente rilevante nella produzione di Corot e ricercato nel tempo da collezionisti e mercanti.
L’opera arriva nella Reggia
Realizzato nel 1828, il quadro è un olio su carta riportata su tavola e misura 34,2 x 60 cm. La composizione sarà visibile da domani, 8 ottobre, nella sala 78 al secondo piano della Reggia di Capodimonte.
L’acquisto è stato effettuato quest’estate dal Ministero della Cultura, attraverso la Direzione Generale Archeologia belle arti e paesaggio, dopo la segnalazione dell’Ufficio Esportazione di Firenze. Con questa operazione il museo aggiunge alla propria sezione dell’Ottocento un autore che, finora, non era rappresentato.
Il dipinto testimonia anche il passaggio verso una pittura più immediata, attenta ai fenomeni atmosferici e alla variabilità del paesaggio. Corot, influenzato anche dalla frequentazione della colonia dei pittori tedeschi a Roma, sperimentò immagini rapide e tonalità chiare, arrivando in alcuni casi a esiti quasi monocromi.
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