Borges, il lato oscuro dell’ultimo eroe di Llinás
Il regista argentino trasforma la vita e gli archivi dello scrittore in un’indagine itinerante tra ironia, misteri, manoscritti e responsabilità politiche
«Confesso di aver sbagliato»: con questa frase, pronunciata anni dopo la cena con Augusto Pinochet del 1974, Borges riconobbe il proprio errore, parafrasando Pablo Neruda. È il punto più doloroso del film di Mariano Llinás, che accanto al mito letterario mostra anche le contraddizioni dell’uomo.
Il conto con il passato
L’ultima parte del documentario affronta le posizioni più controverse dello scrittore: le provocazioni contro indigeni e neri, gli attacchi a Perón ed Evita e il sostegno iniziale ai regimi autoritari argentino e cileno. Il successivo ripensamento, maturato dopo la scoperta dell’orrore dei desaparecidos, completa il ritratto di una figura insieme vittima, colpevole ed eroe, proprio come nel racconto Il tema del traditore e dell’eroe.
La cecità, arrivata nel 1955 quando Borges era ormai celebre, lo rese dipendente dalle persone vicine. Prima la madre Leonor Acevedo Suárez, morta a 99 anni, e la sorella Norah; poi mogli, amori e accompagnatori talvolta improbabili. Tra gli episodi più divertenti c’è quello legato alla pelliccia della prima moglie Elsa Astete Millán, che lei attribuì indirettamente all’università dell’Oklahoma dopo una conferenza del marito.
Un viaggio dentro Borges
Llinás non racconta lo scrittore con una biografia lineare. Lo immagina come un territorio pieno di pericoli, deviazioni e meraviglie, attraversato da un viaggio su strada che collega Buenos Aires a Ginevra, New York, Atlanta e al confine tra Brasile e Uruguay. Il regista si presenta come il custode di un guerriero invisibile, difensore delle parole e della loro musica tra le biblioteche Miguel Cané e Nazionale della Repubblica Argentina.
La sua lettura considera Borges un autore surrealista e costruisce un diario visivo erudito, comico e volutamente eccentrico. Il film alterna avventura, finzione investigativa, paesaggi improbabili e riflessioni sulla scrittura. Presentato Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, il documentario è diviso in quattro puntate e dura cinque ore e mezzo: una misura quasi breve se confrontata con le tredici ore e mezzo di La Flor, il precedente lavoro di Llinás.
Tra biblioteche e tracce private
Il percorso comincia dai luoghi legati alla vita dell’autore. A Ginevra, dove Borges studiò nel 1914, il regista visita l’Arbalète, l’albergo frequentato con María Kodama nel 1986, e l’appartamento della Grande Rue in cui lo scrittore morì il 14 giugno dello stesso anno. Compaiono anche la chiesa russa, il Rodano e Place Bourg du Four, associata al suo primo, infelice incontro sessuale.
Una lunga inquadratura sulla tomba al Cimetière des Rois, tra foglie spinte dal vento, introduce il passaggio successivo: gli oggetti conservati dall’Institute for Studies on Latin American Art di New York, committente del film. A Las Nubes, residenza uruguaiana di Enrique Amorim, Llinás incontra Nicolás Helft, che con Jorge e Marion ha donato 14.500 documenti: manoscritti, prime edizioni, lettere, traduzioni in 15 lingue, fotografie e circa 10mila ritagli di stampa.
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Il collezionista davanti agli archivi
Helft diventa uno dei personaggi di questa insolita crime story, trattato dal regista con l’ironia di una commedia dei fratelli Coen. Nel film entrano anche Ernesto Montequín, considerato il massimo esperto di Borges, Llinás stesso e la troupe. Le analisi di Montequín vengono annotate su un quaderno a rombi arancioni e neri, richiamo a La morte e la bussola, mentre la musica accentua il tono da thriller.
L’incontro con i materiali produce anche qualche sorpresa. Le tigri attribuite all’infanzia di Borges, divenute oggetti da collezione, risultano opera di Adolfo Bioy Casares. Più intensa è la scoperta dei manoscritti, dove il testo appare come un processo di esitazioni e correzioni: «Scrive una frase e si pente – incalza il regista –. Ne improvvisa un’altra e si piega in varianti infime, che non necessariamente sono migliori».
La forma nasce dal disordine
La macchina da presa è spesso imperfetta, le immagini sembrano catturate dal parabrezza dell’auto e un sassolino incrina il vetro durante le riprese. Llinás presenta questi difetti come una possibile allusione agli esperimenti ottici di Man Ray, Marcel Lervie e René Klein, ma anche come riflesso della progressiva perdita della vista di Borges. Sul sedile posteriore, intanto, il figlio del regista urla: il film lascia entrare il rumore della vita quotidiana dentro la costruzione colta.
L’apertura è un gesto altrettanto materiale: centinaia di libri dedicati a Borges vengono riversati su un tavolo. Sono volumi letti, studiati e segnati dal regista, che affronta l’archivio con l’entusiasmo di un investigatore e con il gusto per il grottesco. La sua voce accompagna il pubblico tra documenti, ipotesi e falsi indizi, trasformando la ricerca letteraria in spettacolo.
Una filmografia già borgesiana
L’ossessione di Llinás nasce a 14 anni, quando legge L’Aleph. Figlio di uno scrittore, ha costruito da allora opere fondate su dubbi, supposizioni, metafore, finzioni e paesaggi dal carattere lirico. In Balnearios (2002), mockumentary satirico sulle località turistiche argentine, compaiono perfino sirene; La Flor (2018) cambia invece registro da un episodio all’altro, passando dal B movie alla spy story e all’omaggio a Renoir con le stesse protagoniste.
Anche il nuovo film conserva questa libertà di tono. La biblioteca Miguel Cané, dove Borges lavorò dal 1937 al 1946, diventa un santuario; la sua esperienza da traduttore si intreccia alla poesia, alla ricerca della parola esatta e ai finali sospesi tra proiettili sparati e soltanto immaginati. Il risultato è un’indagine personale, ironica e appassionata su uno scrittore che continua a contenere molti Borges diversi.
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