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Cronaca 3 min di lettura10 ore fa

Verity, il thriller con tre star che spegne ogni desiderio

Dakota Johnson, Josh Hartnett e Anne Hathaway guidano un adattamento privo di ritmo e tensione, incapace di valorizzare il mistero del romanzo di Colleen Hoover.

Bastano pochi minuti per capire che Verity difficilmente manterrà le promesse del suo materiale di partenza. Il film di Michael Showalter, tratto dal romanzo di Colleen Hoover, riunisce tre interpreti molto noti ma non riesce a trasformare il loro peso in suspense, sensualità o sorpresa. Quello che dovrebbe essere un thriller erotico torbido si riduce così a un racconto prevedibile, appesantito da dialoghi deboli e da una messa in scena senza slanci.


Un mistero senza vera tensione

La protagonista è Lowen Ashleigh, una scrittrice in crisi economica e personale, tormentata dai debiti e ormai priva di prospettive. La sua situazione cambia quando Jeremy Crawford, uomo ricco e apparentemente premuroso, le propone un compenso molto elevato per portare a termine la serie di romanzi della moglie Verity, autrice di enorme successo.

La donna, dopo un grave incidente stradale, è rimasta paralizzata e incapace di parlare. Lowen raggiunge quindi la proprietà isolata della famiglia, nel Vermont, con l'incarico di esaminare il materiale lasciato dalla scrittrice. Tra quelle carte trova però un'autobiografia mai pubblicata: un testo oscuro, pieno di rivelazioni morbose sulla coppia e sulla tragedia che ha sconvolto la loro vita.

L'indagine dovrebbe alimentare il sospetto e mettere in discussione ogni certezza. Invece il film procede senza mordente, mentre l'interesse di Lowen per Jeremy, la sua crescente inquietudine e la sensazione di essere osservata restano elementi appena abbozzati. Il confine tra attrazione e pericolo esiste sulla carta, ma sullo schermo non produce quasi mai una vera inquietudine.


Le star non bastano

Verity sembrava avere tutti gli ingredienti per un ritorno del thriller erotico: una casa isolata, un triangolo sentimentale, segreti familiari e una protagonista intrappolata in un ambiente sempre più ambiguo. Il risultato, tuttavia, rimane prigioniero di una regia prudente, molto concentrata sugli interni e su immagini levigate che ricordano più una produzione televisiva di molti anni fa che un film capace di osare.

La tensione sessuale tra i personaggi non decolla mai. Le inquadrature troppo ordinate e una certa cautela nel rappresentare desiderio e perversione finiscono per neutralizzare proprio ciò che avrebbe dovuto rendere il racconto coinvolgente. L'estetica patinata, simile a quella di una pubblicità pensata per i social, non nasconde la povertà delle idee e, in alcuni passaggi, lascia emergere un tono involontariamente goffo.

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Dakota Johnson porta sullo schermo una presenza indiscutibilmente magnetica, ma anche lei si ritrova dentro un progetto che non sa valorizzarla. Josh Hartnett interpreta Jeremy come un uomo che dovrebbe apparire seducente e rassicurante, ma lo fa con un'energia così fredda e rallentata da sembrare sempre sul punto di abbandonare la scena. Anne Hathaway è la più efficace del trio: riesce a dare a Verity una personalità sfuggente e inquietante, anche se il suo contributo non basta a risollevare l'insieme.


Un finale pieno di forzature

I problemi diventano ancora più evidenti nel terzo atto. Il film accumula svolte, smentite e nuove rivelazioni senza costruire con precisione il percorso che dovrebbe condurvi. Ogni spiegazione aggiuntiva riduce il mistero invece di alimentarlo, mentre alcuni colpi di scena finiscono per suscitare più incredulità che paura.

La scrittura non si fida dello spettatore e tende a chiarire continuamente ciò che avrebbe avuto più forza se fosse stato soltanto suggerito. Anche il ritmo resta frenato nei momenti in cui la storia avrebbe bisogno di cambiare direzione e aumentare la pressione. Alla fine, l'adattamento appare elegante solo in superficie: sotto la confezione rimangono una trama discontinua, una sensualità quasi assente e una regia incapace di spingersi oltre la prudenza.

Verity avrebbe potuto recuperare il gusto provocatorio di certi film degli anni Novanta, come Showgirls o Striptease. Preferisce invece un tono addomesticato e privo di energia, trasformando una storia costruita su desiderio e ossessione in un'esperienza sorprendentemente soporifera. Altro che passioni incandescenti: viene voglia di preparare una camomilla, infilarsi sotto una coperta e dedicarsi a Leopold von Sacher-Masoch.

Voto: 4

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