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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Unabomber, 22 anni sotto accusa: Zornitta racconta il dolore mai cancellato

L’ingegnere è stato indagato due volte e archiviato in entrambi i casi: l’ultimo esame del Dna, negativo, ha chiuso definitivamente la vicenda il 12 maggio 2026.

Per oltre due decenni Elvo Zornitta ha vissuto con l’ombra dell’accusa di essere Unabomber, l’autore dei 33 attentati compiuti nel Nord-Est tra il 1993 e il 2006, costati ferite a 15 persone. Oggi l’ingegnere sostiene di essere stato vittima di un errore giudiziario e di una pressione mediatica che hanno lasciato conseguenze ancora presenti nella sua vita.

Zornitta fu iscritto nel registro degli indagati nel 2004 e nuovamente nel 2022. Le due inchieste si sono concluse con altrettante archiviazioni: la prima nel 2009, la seconda nel maggio 2026, dopo che il 12 maggio l’ultimo esame genetico ha dato esito negativo.

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L’accusa e la prova manomessa

L’ingegnere continua a respingere ogni coinvolgimento negli attentati e considera l’intera vicenda priva di fondamento. «Non c’entro niente», ha ribadito, spiegando di essersi trovato davanti a un’accusa che riteneva assurda e senza basi concrete.

Secondo il suo racconto, durante le indagini gli investigatori installarono nella sua abitazione sensori acustici e telecamere per controllarne i movimenti. A rendere ancora più grave la situazione fu una prova poi risultata alterata: proprio negli anni 2006 e 2007, prima che i periti individuassero la falsificazione, Zornitta avrebbe attraversato il periodo più drammatico della sua esperienza.

Anche la riapertura dell’inchiesta nel 2022 avrebbe alimentato i suoi timori. Questa volta, però, fu lui a consegnare spontaneamente il proprio materiale genetico, una scelta che considera incompatibile con l’ipotesi di una sua colpevolezza.


Il peso della pressione mediatica

Alla sofferenza legata all’indagine si aggiunse l’attenzione costante dei mezzi di informazione. Nei sei mesi più delicati del 2006, racconta Zornitta, troupe televisive stazionavano davanti alla sua abitazione e alcune automobili lo seguivano durante il tragitto verso il lavoro.

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Tra gli episodi rimasti più impressi c’è quello avvenuto all’uscita da una chiesa. Un furgone gli si sarebbe avvicinato e un giornalista, sceso dal mezzo, gli avrebbe comunicato che era stata individuata la prova decisiva: un segno prodotto da una forbice su una lamina metallica. L’ingegnere ricorda quella notizia come il momento in cui sentì crollare ogni certezza.


Pensieri estremi e conseguenze fisiche

La pressione accumulata lo portò anche a contemplare il suicidio. Aveva immaginato di provocare un incidente stradale che potesse sembrare casuale, ma il colloquio con il suo avvocato Dell’Agnolo lo fece cambiare idea: il legale gli domandò che cosa avrebbe dovuto dire alla figlia Lucia. Oggi la donna ha 30 anni ed è psicologa, un percorso professionale che il padre collega anche a quella dolorosa esperienza.

In quegli anni Zornitta viveva in uno stato di allarme continuo. Conservava persino i mozziconi di sigaretta per paura che qualcuno potesse prelevare il suo Dna senza consenso e usarlo in seguito. «Avevo pensato di farla finita», ha raccontato, spiegando che il pensiero della figlia e quella conversazione con il difensore gli impedirono di compiere il gesto.

La conclusione giudiziaria non ha però cancellato gli effetti della vicenda. Zornitta afferma di avere problemi cardiaci attribuiti allo stress, una voce diventata roca per il reflusso e difficoltà a dormire senza ricorrere a sonniferi. «Non si superano facilmente 22 anni come questi», ha detto, descrivendo una normalità che, nonostante l’archiviazione definitiva, resta ancora difficile da riconquistare.

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