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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Tumore al seno metastatico, la nuova sfida: vivere meglio

Le terapie hanno cambiato la prognosi, ma ora servono nutrizione, sostegno psicologico, comunicazione chiara e accesso agli studi clinici lungo tutto il percorso di cura.

Per le donne con carcinoma mammario metastatico, l’allungamento della sopravvivenza sta spostando il centro dell’assistenza: non conta più soltanto guadagnare tempo, ma poterlo vivere nelle condizioni migliori. A sottolinearlo è Nicola Silvestris, segretario nazionale dell’Aiom e direttore del Dipartimento di Area medica dell’Irccs Istituto tumori Giovanni Paolo II di Bari.

L’oncologo è intervenuto a Roma, nella sede di Agenas, durante l’incontro promosso da IncontraDonna per la Giornata nazionale di sensibilizzazione sul tumore al seno metastatico. L’appuntamento fa parte del progetto Officina #Metastabile e ha messo al centro le esigenze assistenziali che accompagnano i progressi delle cure.

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La sopravvivenza non basta più

Secondo Silvestris, l’innovazione terapeutica degli ultimi decenni ha trasformato il quadro clinico: oggi un numero crescente di pazienti può essere curato e, in alcuni casi, arrivare alla guarigione. Questo risultato impone però di ampliare lo sguardo, includendo nella presa in carico anche il benessere quotidiano e la capacità di affrontare i trattamenti nel tempo.

«Oggi l’obiettivo non è più soltanto la quantità di vita, ma la qualità di vita», ha spiegato il segretario nazionale dell’Aiom. In quest’ottica, l’alimentazione assume un peso concreto: una condizione nutrizionale adeguata può aiutare a sostenere più linee di terapia e a sopportare meglio gli effetti dei farmaci, con possibili ricadute sia sulla durata sia sulla qualità della vita.

Il supporto psicologico rappresenta un altro tassello essenziale. Le pazienti hanno bisogno di essere accompagnate nella comprensione della malattia e dei cambiamenti che comporta, senza che questo sostegno sostituisca il dialogo diretto con il medico. La comunicazione, ha osservato Silvestris, deve trasmettere fiducia fondata su elementi reali, evitando di alimentare aspettative non realistiche.

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Una rete per non lasciare sole le pazienti

Anche la ricerca clinica deve essere considerata parte integrante del percorso terapeutico. Gli studi sperimentali, ha sottolineato l’oncologo, non costituiscono un’opzione marginale rispetto alle cure ordinarie: le strutture sanitarie dovrebbero poterli proporre alle persone che ricevono una diagnosi oncologica, quando disponibili e appropriati.

Per rendere l’assistenza davvero efficace occorre collegare i diversi livelli del sistema, dalle reti dedicate alla patologia a quelle ospedaliere, regionali, nazionali e internazionali. L’integrazione dovrebbe accompagnare la persona dalla diagnosi e dalla prevenzione fino alla fase avanzata, includendo anche l’accompagnamento e le cure simultanee.

«Dobbiamo dare speranza e non illusione», ha affermato Silvestris, ricordando che i progressi terapeutici consentono oggi di parlare di una speranza basata su dati concreti. Questa attenzione, ha aggiunto, deve restare presente anche quando non sono più praticabili trattamenti oncologici attivi.

L’obiettivo finale è costruire una protezione continua, senza interruzioni nei passaggi tra servizi e professionisti. Quando i collegamenti della rete funzionano, la paziente può attraversare le diverse fasi della malattia senza essere lasciata sola; se invece si indeboliscono, aumenta il rischio di perdere continuità assistenziale proprio nei momenti più delicati.

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