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Cronaca 4 min di lettura5 ore fa

Trieste, la solidarietà finisce alle 20: cosa accade in piazza Libertà

Le restrizioni imposte per l’ordine pubblico limitano pasti e aiuti ai migranti, mentre molte persone restano senza accoglienza e attendono mesi prima di chiedere asilo.

A Trieste alcune persone senza casa e senza accesso all’accoglienza aspettano per mesi prima ancora di poter presentare domanda d’asilo. Nel frattempo trovano cibo, coperte e assistenza soprattutto in piazza Libertà, ma anche quella rete di sostegno è stata compressa: gli aiuti sono consentiti soltanto in una fascia serale e nel fine settimana vengono vietati.

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La domanda d’asilo resta lontana

Secondo le associazioni, circa 130 migranti vivono in una sorta di limbo amministrativo. Per oltre la metà di loro, sostengono gli operatori, ci sarebbero posti disponibili nei centri, ma le assegnazioni non arrivano: il Consorzio italiano di solidarietà dispone di 74 posti e da mesi non ne riceve nessuno.

Gianfranco Schiavone, esponente dell’Ics e tra i promotori dell’accoglienza diffusa, sostiene che a Trieste si stia sperimentando un meccanismo capace di produrre irregolarità. Dopo il patto europeo, le procedure pensate per chi proviene da Paesi considerati sicuri e tenta di evitare i controlli alle frontiere esterne sono state applicate per circa due mesi anche a persone afghane, curde, vulnerabili o già presentatesi in questura. Il 98% di quei provvedimenti, riferisce Schiavone, è stato poi cancellato dai tribunali.

La nuova prassi, aggiunge, costringerebbe molti migranti ad attendere 85-90 giorni prima di poter formalizzare la richiesta di protezione. In mano ricevono soltanto un invito a presentarsi: non si tratta di una registrazione e, sul piano formale, restano esclusi sia dall’accoglienza sia dai diritti collegati alla presenza regolare sul territorio.


In piazza gli aiuti hanno un orario

La conseguenza è visibile ogni sera sotto la statua della principessa Sissi. I volontari distribuiscono vestiti, coperte e pasti a piccoli gruppi di giovani, mentre le camionette e gli agenti presidiano l’area. La questura ha fissato l’attività umanitaria tra le 18 e le 20; nel fine settimana l’intervento viene bloccato per lasciare spazio al libero svago.

Il dispositivo di sicurezza è stato rafforzato già da aprile con 36 funzionari, 106 operatori dei presidi territoriali e 1740 agenti del reparto mobile. Trieste, inoltre, è stata definita dal decreto di agosto come area di transito e frontiera. La decisione ha incassato il sostegno della destra locale e regionale, mentre una petizione ha raccolto 24mila firme in pochi giorni senza modificare le restrizioni.

Il vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, ha criticato la misura dopo due settimane di solidarietà ridotta a poche ore. In una nota ha affermato: «L'indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata».


Una rete solidale sotto pressione

A coordinare gli interventi in piazza è soprattutto Linea d’ombra, l’associazione fondata una decina di anni fa da Gianandrea Franchi e Lorena Fornasir. Franchi, professore di storia e filosofia di 90 anni, continua a essere presente. Attorno all’organizzazione si sono riuniti scout, centri sociali, Diaconia valdese, medici, insegnanti, associazioni e organizzazioni non governative come Mediterranea e ResQ, con volontari arrivati anche dal Nord-Est e dall’Emilia-Romagna.

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Prima dei nuovi limiti, i gruppi si alternavano per portare alimenti, abiti e assistenza. Ora molti evitano di esporsi per il timore che anche l’unico spazio rimasto venga cancellato. Franchi descrive così la situazione: «Ci hanno lasciato l’ora d’aria».

Le strutture cittadine non mancano: ci sono la mensa della Caritas, il centro diurno, i dormitori e l’ambulatorio dei medici di Donk. Tuttavia, secondo le associazioni, l’aumento degli arrivi ha ampliato il divario. La crescita è stimata al 31%, dato che sarebbe confermato anche dalla Slovenia, ancora critica per il permanere dei controlli alla frontiera.


Nei magazzini cresce il rischio

Piazza Libertà continua a essere il punto in cui arrivano sia le persone dirette altrove sia quelle costrette a restare. Tra loro c’è Hibibi, giovane magistrato afghano fuggito dopo l’uccisione della famiglia da parte dei talebani, e una coppia nepalese appena giunta in città, con la donna costretta a camminare zoppicando.

I volontari temono che l’assenza di pasti e mediatori favorisca il ritorno dei trafficanti, che in passato erano stati allontanati dalla presenza costante degli operatori. Una delle attiviste osserva che chi non riesce a procurarsi cibo e vestiti in piazza cercherà comunque una soluzione altrove, con conseguenze difficili da prevedere.

Molti migranti si sono rifugiati negli edifici abbandonati del Porto vecchio. Alcuni sono protetti da transenne e filo spinato, altri sono stati murati; quelli ancora accessibili offrono stanze senza finestre, scale danneggiate e pavimenti coperti di coperte usate come letti. Un fornello permette appena di scaldare una bevanda o preparare qualcosa da mangiare.

Barhun vive lì da quattro mesi. In Nepal faceva attività politica e ha lasciato il Paese dopo essere stato picchiato dalle forze di sicurezza. Sul volto porta una lunga cicatrice e racconta: «Avevo l’appuntamento per chiedere asilo, per tre volte mi hanno mandato via. Non so dove altro andare».

Mamun, arrivato più recentemente, dice di non aver potuto pagare il viaggio e di essere stato derubato del passaporto dai trafficanti. In questura, riferisce, gli è stato detto che non può presentare domanda d’asilo. Intanto, dalle aperture dei vecchi magazzini entra la bora, mentre l’attesa continua.

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