Tom Cruise senza freni: il ruolo più feroce della sua carriera
Tra satira politica, crisi ambientale e teatro che riflette il mondo reale, “Digger” porta l’attore in una zona mai così estrema e inquietante.
“Digger” non cerca di rassicurare lo spettatore e non offre una via d’uscita consolatoria. Il film osserva una civiltà consumata dall’avidità, dal bisogno di crescita continua e dall’incapacità di rinunciare al proprio benessere, fino a trasformarsi nel ritratto di un corpo ormai prossimo al collasso.
Il risultato è una satira feroce, costruita su eccessi, paradossi e una lucidità spesso scomoda. Alejandro González Iñárritu dirige un’opera che mette in discussione anche il ruolo dell’arte civile e affida a Tom Cruise uno dei personaggi più sgradevoli, complessi e sorprendenti della sua carriera.
Una diagnosi senza speranza
La regia stringe i protagonisti in un ambiente quasi soffocante, alternando soggettive, primi piani e inquadrature più ampie che sembrano richiudersi progressivamente su chi le abita. I lunghi piani sequenza e il ritmo nervoso richiamano “Birdman”, mentre il gusto per il grottesco porta con sé echi dei film più visionari dei Fratelli Coen e della satira di Adam McKay.
Il film accosta Stanley Kubrick e Orson Welles a un immaginario politico contemporaneo fatto di leader ridicoli, uomini di potere incapaci e aspiranti salvatori del pianeta che finiscono per alimentare lo stesso sistema che dichiarano di voler combattere. La critica americana, abituata a racconti più fiduciosi, viene così spinta davanti a una rappresentazione molto meno confortante del presente.
“Digger” non presenta il consumismo come un semplice errore correggibile. Il benessere occidentale, suggerisce la storia, dipende da un meccanismo a cui nessuno vuole davvero rinunciare: il petrolio viene condannato, ma allo stesso tempo appare indispensabile; la crescita viene celebrata, anche se in un mondo finito non può proseguire all’infinito.
Tom Cruise irriconoscibile
Il centro del film è Digger Rockwell, magnate del petrolio e figura costruita mescolando tratti riconducibili a Donald Trump, John D. Rockefeller, Elon Musk e Jeff Bezos. Tom Cruise lo interpreta con un trucco vistoso e una deformazione fisica che trasformano il volto dell’attore nel simbolo di un potere nato dall’intreccio tra denaro, propaganda e culto personale.
Digger è arrogante, egoista e moralmente ripugnante. Eppure Cruise riesce a renderlo persino avvicinabile, perché attraverso le sue parole emergono alcune verità che il resto dei personaggi preferisce ignorare: il sistema che lo ha prodotto non è un’anomalia, ma il risultato di una società che continua a premiarlo.
L’attore affronta una parte più rischiosa persino di quelle viste in “Tropic Thunder” o “Edge of Tomorrow”. Il personaggio è tanto sgradevole da sembrare inadatto a una stagione cinematografica che pretende ottimismo, ma proprio questa scelta rende la prova particolarmente incisiva. Non è un ruolo pensato per conquistare facilmente un Oscar: è il ritratto di una mediocrità potente, capace di trionfare perché permette a molti di non sentirsi inferiori davanti all’eccellenza.
Il teatro riflette il disastro
La vicenda segue Digger Rockwell nella sua residenza dorata in Groenlandia. L’uomo possiede ricchezze immense, una gatta gravemente malata, un rapporto pessimo con la sorella Emma, interpretata da Sandra Hüller, e una segretaria, Lina, interpretata da Emma D’Arcy. Il suo progetto è semplice e spaventoso: estrarre sempre più greggio e aumentare senza limite il proprio patrimonio.
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L’equilibrio si spezza quando una stazione petrolifera esplode e un enorme iceberg prende la direzione dell’Europa. Digger deve allora avvertire il presidente degli Stati Uniti Compson, interpretato da John Goodman, portando con sé Ganesh, specialista di sicurezza ambientale affidato a Riz Ahmed.
La storia, però, non è ciò che sembra. Quelle scene appartengono alle prove di “Fossil Fools”, spettacolo teatrale ispirato in modo libero a fatti reali. A interpretare Digger è Curtis Markson, attore veterano incerto sul valore della produzione e costretto a fare i conti con una parte che considera moralmente insostenibile.
Il confine tra ruolo e persona
Curtis vive una crisi su più fronti: la tensione con la regista Hannah, interpretata da Sophie Wilde, i problemi familiari e il peso di dover dare corpo a un megalomane. Il passaggio continuo tra il personaggio, l’attore e la realtà produce una metanarrazione che si avvolge su sé stessa, come se ogni livello della storia fosse costretto a imitare quello precedente.
La sceneggiatura è firmata da Iñárritu insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman. Il meccanismo richiama “Birdman” per la struttura e per il rapporto tra arte e vita, ma “Digger” spinge il discorso verso la politica, l’ambiente e la responsabilità collettiva.
Il cast numeroso contribuisce a moltiplicare i punti di vista, mentre Jesse Plemons conserva un ruolo destinato a rivelare le proprie carte soltanto più avanti. I colpi di scena accompagnano il film verso una domanda radicale: l’arte può ancora cambiare la società oppure è diventata soprattutto un rito collettivo, quasi terapeutico, con cui gli esseri umani cercano di sopportare ciò che hanno costruito?
L’eccesso come scelta politica
Il film sostiene che l’uomo continua a considerarsi superiore alla natura, pur dipendendo completamente da essa. Le aspirazioni ambientaliste e le alternative al modello dominante sembrano così destinate a scontrarsi con un bisogno materiale che nessuno vuole affrontare fino in fondo.
Digger e quelli come lui non vengono presentati come mostri isolati. Sono il prodotto di una civiltà fondata sul consumo, sulla disponibilità illimitata delle risorse e sull’idea che ogni problema possa essere rinviato. Per questo il magnate, pur restando imperdonabile, diventa anche uno specchio: la sua esistenza rivela ciò che il resto della società preferisce nascondere.
Il film migliore di Iñárritu dai tempi di “Birdman” è dunque un’opera volutamente sproporzionata, feroce e molto ambiziosa. Il voto è 8,5: non per una promessa di salvezza, ma per la capacità di trasformare una commedia nera sul potere in una radiografia del fallimento collettivo.
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