Shalabayeva, nuova svolta in Cassazione: il processo riparte per cinque
La Suprema Corte ha chiesto un nuovo giudizio per gli imputati: resta contestato il sequestro della figlia, mentre quello della madre è prescritto
Il procedimento sul caso Shalabayeva dovrà tornare davanti ai giudici d’appello per la terza volta. La Cassazione ha disposto un nuovo esame per i cinque poliziotti coinvolti nella vicenda, dopo che per tutti è stata dichiarata la prescrizione dell’accusa relativa al sequestro di Alma Shalabayeva.
La contestazione ancora aperta riguarda invece la figlia della donna. Tra gli imputati figurano Renato Cortese, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Roma, e Maurizio Improta, che guidava l’Ufficio Immigrazione.
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Il punto ancora da chiarire
Nel precedente giudizio d’appello, celebrato a Firenze, i cinque erano stati condannati a quattro anni. Ora la Suprema Corte ha stabilito che la vicenda debba essere rivalutata, ma con indicazioni diverse a seconda del ruolo attribuito ai singoli funzionari.
Il nuovo processo non riguarderà dunque ogni aspetto della vicenda allo stesso modo. Per alcuni imputati il confronto si concentrerà sull’accusa legata alla minore; per altri, invece, il tema sarà quello delle circostanze attenuanti generiche.
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Accuse diverse per i cinque
Durante la requisitoria, il procuratore generale Alessandro Cimmino aveva chiesto un ulteriore passaggio in appello distinguendo la condotta degli allora responsabili della Squadra Mobile da quella dei funzionari dell’Immigrazione. Per Cortese, Luca Armeni e Francesco Stampacchia, la richiesta riguardava esclusivamente il sequestro della figlia di Alma Shalabayeva.
Secondo il procuratore generale, in relazione a quei tre imputati non sarebbe dimostrato l’elemento intenzionale e non sarebbe quindi configurabile il concorso nel reato. Per Improta e Vincenzo Tramma, invece, la tesi accusatoria considera presente il dolo connesso al sequestro della minore: il nuovo giudizio dovrà limitarsi alla valutazione delle attenuanti generiche.
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