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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Shalabayeva, cinque posizioni in bilico: la decisione della Cassazione

Il verdetto sui funzionari coinvolti nella vicenda del 2013 è atteso giovedì, dopo richieste diverse della Procura generale per ciascun imputato.

La Suprema Corte dovrà stabilire se il procedimento debba tornare ancora davanti ai giudici di merito e quale sorte spetti ai cinque poliziotti coinvolti nel caso Shalabayeva. La lettura della decisione è stata fissata per le 15 di giovedì 22 ottobre, dopo il rinvio deciso dalla prima sezione penale al termine dell’udienza.

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Le cinque posizioni restano aperte

Il passaggio in Cassazione arriva dopo la sentenza pronunciata dai giudici di Firenze nel novembre 2025. In quell’occasione, nonostante la richiesta della Procura generale di assolvere gli imputati, tutti gli alti funzionari di polizia erano stati condannati a quattro anni.

Il procuratore generale Alessandro Cimmino ha ora sollecitato un nuovo giudizio d’appello, ma con valutazioni differenti a seconda dei ruoli ricoperti nella vicenda. Per Renato Cortese, all’epoca dirigente della Squadra Mobile di Roma, e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia, la richiesta riguarda soltanto il sequestro della figlia di Alma Shalabayeva: secondo l’accusa, non sarebbe dimostrato il dolo e non sussisterebbe quindi il concorso nel reato.


Il dolo divide le responsabilità

Una posizione distinta è stata prospettata per Maurizio Improta, allora responsabile dell’ufficio Immigrazione, e per Vincenzo Tramma, funzionario della stessa struttura. Nei loro confronti il pg ha chiesto un ulteriore appello limitato alle attenuanti generiche, ritenendo invece provato il dolo relativo al sequestro della minore.

Per tutti gli imputati è stata inoltre chiesta la dichiarazione di prescrizione per il sequestro di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov. Le richieste della Procura generale, dunque, non mirano allo stesso esito per ogni contestazione e separano le responsabilità attribuite ai vertici della Mobile da quelle riferite all’ufficio Immigrazione.

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La vicenda che ha originato il processo

Il 28 maggio 2013 Alma Shalabayeva fu fermata in una villa di Casalpalocco, nella periferia meridionale di Roma, mentre gli investigatori cercavano il marito. Alla donna venne contestato l’uso di un passaporto falso; in seguito fu disposta l’espulsione, con il trasferimento suo e della figlia su un volo diretto in Kazakistan.

Quel provvedimento fu revocato il 5 luglio. L’inchiesta, avviata dalla Procura di Roma, venne poi trasferita a Perugia per competenza, poiché tra le persone coinvolte figurava anche una giudice di pace, successivamente assolta.


Dalle assoluzioni al nuovo giudizio

Nel giugno 2022 il primo processo d’appello si era concluso con l’assoluzione degli imputati. Dopo un intervento della Cassazione, il procedimento è stato nuovamente esaminato dai giudici di Firenze, fino alla condanna pronunciata nel novembre 2025.

Adesso la Corte di Cassazione dovrà pronunciarsi sulle richieste formulate dal procuratore generale e definire il percorso giudiziario della vicenda. Il dispositivo atteso giovedì dirà se il caso dovrà essere nuovamente rimesso ai giudici di merito e in quali limiti.

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