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Cronaca 2 min di lettura15 ott

Resinovich, la difesa frena il clamore: «Nessuna prova decisiva

Gli avvocati di Sebastiano Visintin chiedono prudenza sulla lettura degli esami genetici e invitano a non escludere l’ipotesi del suicidio.

Il caso di Liliana Resinovich non deve trasformarsi in un processo celebrato sui mezzi di informazione. È questo l’allarme lanciato dagli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, che difendono Sebastiano Visintin, unico indagato per la morte della donna triestina.

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La difesa chiede di evitare il processo mediatico

I legali contestano il rischio che ricostruzioni incomplete e giudizi anticipati finiscano per sostituire il lavoro degli investigatori e della magistratura. «Il processo penale si celebra nelle aule di giustizia, non negli studi televisivi né sulle pagine dei giornali», ricordano in una nota, richiamando il diritto dell’indagato alla presunzione di innocenza.

Nel documento viene citato anche il timore che la vicenda diventi un nuovo caso Garlasco sul piano dell’attenzione pubblica. Secondo i difensori, il rispetto per la vittima e per i suoi familiari deve procedere insieme alla tutela di chi, allo stato attuale, non è stato condannato e resta soltanto sottoposto a indagine.


Il Dna non chiude il caso

Sul piano scientifico, gli avvocati sottolineano che non sarebbe emersa una prova genetica capace di collegare Visintin al delitto. In particolare, sui reperti analizzati è stata individuata una traccia maschile attribuita per ora a una persona non identificata: il materiale si trovava sui jeans di Liliana e sul sacchetto che copriva i suoi piedi.

La difesa considera altrettanto significativo il fatto che sul cordino stretto intorno al collo della 63enne non sia stato trovato Dna riconducibile a Sebastiano. L’assenza di una traccia, da sola, non dimostra che cosa sia accaduto, ma per i legali rappresenta un elemento che non può essere ignorato nella valutazione dell’impianto accusatorio provvisorio.

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Resta aperta anche l’ipotesi suicidio

Gli avvocati chiedono inoltre di riesaminare l’ipotesi del suicidio, inizialmente presa in considerazione e poi archiviata dalla Procura di Trieste. A loro giudizio, quella pista potrebbe riflettere una fase di particolare difficoltà vissuta dalla donna, senza però consentire conclusioni certe né sulle cause né sulle modalità della morte.

La traccia genetica sconosciuta dovrà essere studiata insieme agli altri risultati, evitando di attribuirle un valore automatico. La difesa richiama infatti la complessità della genetica forense e la necessità di verificare ogni dato nel quadro complessivo degli accertamenti, senza confermare in anticipo una ricostruzione già formulata.


Attesa per l’esame della perizia

Le valutazioni riguardano la relazione sugli accertamenti biologici e sui profili genetici disposti dalla giudice per le indagini preliminari Flavia Mangiante. Il documento è ora all’esame dei consulenti delle parti e sarà discusso in aula il 30 ottobre.

Per Alice e Paolo Bevilacqua, la priorità non è arrivare a un responsabile a qualunque costo, ma ricostruire con rigore la vicenda e avvicinarsi alla verità dei fatti. Gli elementi emersi, compresa la presenza del Dna maschile ancora anonimo, dovranno quindi essere sottoposti a ulteriori verifiche prima di assumere un peso definitivo.

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