Regeni, la prescrizione incombe: l’appello può slittare fino al 2030
La difesa degli agenti egiziani valuta il ricorso e una nuova questione davanti alla Consulta, mentre restano da recuperare i risarcimenti stabiliti dal tribunale
Sul fronte economico, la sentenza prevede somme subito esigibili a favore della famiglia di Giulio Regeni e della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ai genitori spettano 200 mila euro a testa, mentre alla sorella Irene sono stati riconosciuti 100 mila euro; per Palazzo Chigi è stata stabilita una provvisionale di 150 mila euro.
Sarà l’Avvocatura dello Stato a dover rintracciare i tre imputati condannati e a tentare di ottenere il pagamento degli importi fissati dai giudici. La misura riguarda soltanto i responsabili riconosciuti colpevoli nella sentenza di primo grado.
I risarcimenti restano difficili da ottenere
La ricerca degli ufficiali egiziani rappresenta il passaggio necessario per rendere concreta la decisione sui danni. I tre sono stati giudicati assenti durante il procedimento e la loro irreperibilità potrebbe complicare anche la fase esecutiva dei risarcimenti.
Nel frattempo, la Procura di Roma non ha ancora deciso se impugnare la sentenza. Prima di assumere una posizione, i magistrati attendono di esaminare le motivazioni, che dovranno chiarire sia le ragioni delle condanne sia quelle dell’assoluzione pronunciata per il quarto imputato.
La Procura attende le motivazioni
Il verdetto è stato definito “storico” dagli inquirenti, ma la valutazione sull’eventuale appello resterà sospesa fino alla pubblicazione del testo completo. Le motivazioni sono attese tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio.
La decisione dei giudici della prima Corte d’Assise di Roma ha imposto 10 anni di reclusione a tre appartenenti ai servizi egiziani per il solo sequestro di persona. Tariq Sabir, generale e quarto accusato, è stato invece assolto.
Difesa e Consulta, nuovo scontro
Gli avvocati nominati per i tre condannati intendono presentare ricorso entro circa 30 giorni dalla disponibilità delle motivazioni. La loro iniziativa dovrà però superare una difficoltà legata alla posizione processuale degli imputati, mai comparsi in aula.
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Insieme all’impugnazione, i legali potrebbero chiedere alla Corte d’Appello di sottoporre nuovamente alla Corte Costituzionale una questione sulle regole introdotte dalla riforma Cartabia. Nel mirino c’è l’articolo 581, che impedisce al difensore di ricorrere per un imputato assente senza una procura speciale sottoscritta personalmente da quest’ultimo.
Secondo la difesa, questa condizione rischia di comprimere il diritto a contestare la condanna. La stessa vicenda processuale ha già condotto la Consulta a occuparsi sia dell’assenza degli imputati sia delle consulenze depositate dalle parti.
Il calendario guarda al 2030
Se la questione costituzionale dovesse riaprire il procedimento, l’avvio del secondo grado potrebbe essere rinviato di almeno due anni e andare oltre il 2027. Sul caso pesa così anche il possibile decorso della prescrizione, tema che si presenta per la prima volta nella vicenda Regeni.
Per il sequestro di persona il termine ordinario è fissato in 12 anni e mezzo dalla data dei fatti, collocati nel gennaio del 2016. Senza considerare le sospensioni, la scadenza cadrebbe il 2 agosto 2028.
Il conteggio deve però tenere conto delle interruzioni maturate durante il procedimento. Tra queste rientrano il periodo compreso tra aprile 2022 e la ripresa del processo nel 2023, legato all’assenza degli imputati, e la sospensione collegata alla questione costituzionale definita con la pronuncia del 2026.
Alla luce di queste pause, il limite potrebbe essere spostato fino alla metà del 2030. Il futuro appello dipenderà quindi non soltanto dalla scelta delle difese e della Procura, ma anche dai tempi delle eventuali nuove verifiche di legittimità costituzionale.
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