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Cronaca 3 min di lettura2 giorni fa

Regeni, il verdetto è vicino: per Sharif chiesto il carcere a vita

La Corte d’Assise di Roma si prepara a decidere sui quattro agenti egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano.

Dopo quasi undici anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, la Corte d’Assise di Roma è chiamata a pronunciarsi sui quattro imputati egiziani nel processo celebrato in loro assenza. La decisione è attesa lunedì 28 settembre, al termine di un procedimento segnato da interruzioni, difficoltà investigative e mancata collaborazione del Cairo.

La Procura di Roma, nella requisitoria conclusa il 23 giugno, ha sollecitato l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo di reclusione per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Sharif è indicato dall’accusa come il responsabile materiale dell’uccisione del ricercatore.


La famiglia attende una prima risposta

Prima dell’udienza, l’avvocata Alessandra Ballerini è entrata a piazzale Clodio insieme ai genitori e alla sorella di Giulio. La legale ha ricordato il lungo cammino giudiziario e il sostegno ricevuto dalla mobilitazione pubblica, definendo già importante il fatto che si sia arrivati alla fase della sentenza.

«Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo», ha detto Ballerini. Secondo la rappresentante della famiglia, le iniziative messe in campo dalle autorità egiziane per ostacolare il procedimento non hanno impedito ai Regeni di proseguire nella ricerca della verità.


Un processo riaperto più volte

Giulio Regeni, nato nel 1988, studiava all’Università di Cambridge e nel 2015 si era trasferito al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti e sui venditori ambulanti. Per la Procura, la sua attività avrebbe attirato l’attenzione degli apparati di sicurezza egiziani, che lo avrebbero controllato già prima della sparizione.

Il ricercatore scomparve il 25 gennaio 2016, nei pressi del Cairo, durante il quinto anniversario della rivoluzione egiziana del 2011. Il corpo fu ritrovato il 3 febbraio lungo la strada tra il Cairo e Alessandria d’Egitto: presentava lesioni, bruciature e fratture. Il nuovo esame autoptico svolto in Italia, dopo il rientro della salma il 7 febbraio, rafforzò l’ipotesi di un sequestro seguito da torture e omicidio.

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Le autorità egiziane avanzarono nel tempo spiegazioni diverse, arrivando anche a parlare di incidente stradale e di vicende legate alla criminalità o alla vita privata. Gli investigatori italiani, invece, chiesero tabulati telefonici, filmati delle telecamere, testimonianze e documenti sulle verifiche condotte in Egitto. La risposta del Cairo fu giudicata insufficiente e la cooperazione giudiziaria si arrestò definitivamente nel 2020.


Dalla svolta della Consulta alle richieste

Nel dicembre 2018 la Procura di Roma aveva individuato cinque appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani, contestando loro il concorso nel sequestro. Nel 2021 il rinvio a giudizio riguardò quattro persone, ma l’assenza degli imputati in Italia impedì inizialmente di avviare il dibattimento nel rispetto del diritto di difesa.

Il procedimento ripartì dopo l’intervento della Corte costituzionale. La prima riapertura arrivò nel 2024, mentre un’ulteriore sospensione si verificò nell’ottobre 2025 per una questione legata alla nomina dei consulenti tecnici della difesa. Il 30 gennaio 2026 la Consulta accolse il rilievo e il processo riprese nel febbraio dello stesso anno.

L’accusa sostiene che Regeni fosse stato inserito in una rete di sorveglianza perché la sua ricerca era stata interpretata come un’attività ostile. La ricostruzione dei pm indica quindi una sequenza composta da controllo, sequestro, torture e uccisione; ora spetta ai giudici stabilire le responsabilità dei quattro imputati e valutare le pene richieste.

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