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Cronaca 2 min di lettura2 giorni fa

Regeni, 39 richieste ancora senza risposta: cosa manca all’indagine

A dieci anni dall’omicidio, i documenti non trasmessi e la versione della banda criminale alimentano i dubbi sulla cooperazione del Cairo

Il dato più pesante riguarda le richieste investigative rimaste inevase: su 64 iniziative presentate dall’Italia alle autorità egiziane, 39 non hanno ottenuto alcun riscontro. Per la Procura di Roma, non si tratta di semplici ritardi, ma di una condotta selettiva che avrebbe impedito di approfondire il ruolo degli apparati di sicurezza nella vicenda di Giulio Regeni.


I documenti che il Cairo non ha consegnato

L’Egitto ha inviato agli investigatori italiani soltanto due rogatorie, per un totale di undici quesiti, ai quali la Procura di Roma ha risposto integralmente. Il percorso inverso si è invece fermato a 25 risposte, lasciando fuori una parte decisiva del materiale richiesto.

Tra gli atti mai arrivati figurano i dati sulle celle telefoniche, gli esami biologici effettuati sugli abiti di Regeni e le carte della National Security dedicate al controllo del ricercatore. Mancano anche i registri di servizio e la documentazione amministrativa collegata al fascicolo aperto nei suoi confronti. Secondo gli inquirenti, proprio questi elementi avrebbero potuto portare all’individuazione di altri membri degli apparati coinvolti.


La pista della banda è stata smentita

La difficoltà nei rapporti giudiziari era emersa già nelle prime settimane dell’inchiesta. Gli investigatori italiani arrivati al Cairo nel 2016 potevano assistere alle attività locali, ma non avevano strumenti per orientarle o incidere sulle decisioni operative. La crescente sfiducia portò Ros e Sco a interrompere il lavoro comune il 23 marzo 2016.

Il giorno seguente la National Security annunciò di avere eliminato i presunti responsabili del sequestro, delle torture e della morte del ricercatore. La ricostruzione indicava una banda di cinque criminali, accusati di rapine e raggiri contro cittadini stranieri. Una verifica sulla posizione telefonica attribuita al presunto capo del gruppo mise però in discussione quella versione: l’utenza risultava attiva il 25 gennaio 2016 a circa cento chilometri dal Cairo.

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Per la Procura di Roma, quella pista rappresentò il principale tentativo di spostare l’attenzione lontano dai servizi egiziani. Nei due anni seguenti, gli incontri ufficiali tra le autorità dei due Paesi non produssero risultati investigativi proporzionati alle attese.


Dalla collaborazione al confronto aperto

Nel dicembre 2017 gli inquirenti italiani trasmisero al Cairo un’informativa che indicava già responsabilità riconducibili a esponenti della National Security, poi coinvolti nel processo. L’iniziativa non generò sviluppi concreti e il 4 dicembre 2018 cinque appartenenti ai servizi egiziani furono iscritti nel registro degli indagati dalla Procura capitolina.

Successivamente, con il cambio ai vertici della Procura generale egiziana, il rapporto tra le due parti si irrigidì ulteriormente. In un memorandum inviato dal Cairo, le conclusioni italiane furono esaminate e respinte punto per punto, con l’obiettivo di negare un coinvolgimento della National Security.

Il quadro ricostruito dall’indagine è quindi quello di una cooperazione formalmente mantenuta, ma priva di risultati su alcuni dei passaggi più rilevanti. Per gli investigatori italiani, le omissioni non sarebbero casuali: riguarderebbero proprio le informazioni utili a estendere le responsabilità oltre i soggetti già individuati.

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