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Cronaca 3 min di lettura5 ore fa

Ramponi, il processo parte dal nodo psichiatrico: 300 testimoni

A Verona si apre il dibattimento per l’esplosione costata la vita a tre carabinieri, mentre resta da chiarire anche la gestione dell’intervento nel casolare

Il dibattimento sui fatti di Castel d’Azzano si apre con un doppio fronte: da una parte le accuse rivolte ai tre fratelli Ramponi, dall’altra gli accertamenti sulle loro condizioni mentali. Le liste depositate dalle parti contengono circa 300 nomi, ma sarà la Corte d’Assise di Verona a stabilire quali testimonianze potranno entrare nel processo.

Il procedimento comincia oggi, lunedì 26 ottobre, a poco più di un anno dall’esplosione che, il 14 ottobre 2025, provocò la morte di tre carabinieri. Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, rispettivamente di 66, 64 e 60 anni, devono rispondere di strage in concorso, possesso di materiale esplosivo e resistenza a pubblico ufficiale.

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Il primo scontro sarà sulle perizie

La difesa intende riportare al centro del dibattimento la capacità dei tre imputati di intendere e di volere e quella di affrontare consapevolmente il processo. I legali potrebbero quindi chiedere nuovi esami psichiatrici, nonostante una precedente richiesta analoga sia stata respinta il 17 settembre dalla giudice dell’udienza preliminare Beatrice Marini.

L’esito di eventuali perizie potrebbe incidere sia sulla valutazione dell’imputabilità sia sulla responsabilità penale, in un caso che espone gli imputati al rischio dell’ergastolo. Il 22 ottobre Enrico Bastianello, avvocato di Dino Ramponi, ha inoltre comunicato la scelta di Roberta Bruzzone come consulente della difesa.


La notte che cambiò l’accusa

L’intervento delle forze dell’ordine scattò intorno alle 3 nel casolare di via San Martino, dove vivevano i tre fratelli, agricoltori e allevatori contrari alla perdita dell’immobile, sottoposto a pignoramento per una vicenda debitoria. Le immagini di un drone avevano segnalato bottiglie molotov sul tetto: l’obiettivo iniziale era una perquisizione, in vista di un successivo sgombero.

All’interno dell’edificio, però, si era accumulato gas. L’ingresso degli operatori dei reparti speciali fu seguito da una deflagrazione violentissima, che fece crollare gran parte della struttura e causò più di venti feriti tra militari, poliziotti, vigili del fuoco e occupanti.

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Persero la vita il luogotenente Marco Piffari, il brigadiere capo Valerio Daprà, entrambi di 56 anni, e il carabiniere scelto Davide Bernardello, 36 anni. Per la Procura sarebbe stata Maria Luisa Ramponi ad attivare l’innesco al piano superiore, mentre i fratelli si trovavano fuori; secondo l’impostazione accusatoria, tuttavia, tutti avrebbero contribuito alla preparazione del piano. Le difese contestano questa ricostruzione.


I segnali precedenti e il secondo procedimento

Gli investigatori dovranno esaminare anche quanto accaduto nei mesi precedenti. Nell’ottobre e nel novembre 2024, durante altri tentativi di entrare nella proprietà, i fratelli avrebbero aperto bombole di gas e minacciato di provocare un’esplosione. In una di quelle occasioni Franco e Maria Luisa salirono sul tetto con del combustibile, dando il via a una trattativa con le forze dell’ordine.

Separato dal processo penale è il procedimento disciplinare avviato dalla Procura generale di Venezia nei confronti di tre ufficiali dell’Arma: il colonnello Claudio Papagno, il tenente colonnello Antonio Sframeli e il capitano Vincenzo Spataro. A loro vengono contestate possibili carenze nella preparazione e nella conduzione dell’operazione, compresa la scelta di andare avanti nonostante gli indizi sulla presenza di gas.

La prima udienza disciplinare è fissata per il 30 ottobre davanti alla commissione di disciplina della Corte d’Appello di Venezia. L’iniziativa era stata sollecitata anche dai familiari di Marco Piffari, che avevano presentato un esposto per chiedere verifiche sull’organizzazione del blitz.

Nel processo veronese sono parti civili i familiari delle vittime, le persone ferite e l’Associazione Vittime del Dovere. Il collegio presieduto dal giudice Raffaele Ferraro, con Elvira Vitulli per l’accusa, dovrà stabilire quali dei circa 300 testimoni ascoltare e ricostruire sia la dinamica dell’esplosione sia la catena di minacce e interventi che la precedette.

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