Pasotti accende il faro sul lavoro: «Così si diventa disumani
Alla vigilia del debutto alla regia con Sotto a chi tocca, l’attore riflette su precarietà, competizione e valori sacrificati per ottenere un impiego
Il lavoro come arena dove la necessità può spingere le persone a rinunciare ai propri principi: è questo il nucleo della riflessione di Giorgio Pasotti, 53 anni, alla vigilia dell’esordio cinematografico dietro la macchina da presa. Il suo Sotto a chi tocca arriva nelle sale domani, giovedì 8 ottobre, con Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio e Linda Messerklinger nel cast.
Pasotti ha spiegato che il film nasce anche dall’osservazione di una realtà segnata dall’aumento del costo della vita, dalla difficoltà di trovare un’occupazione e da una competizione sempre più aspra. «La situazione è drammatica: il lavoro redditizio è più necessario, ma anche più difficile da conquistare», ha detto, collegando questa pressione alla crescita di cinismo e aggressività.
La competizione mette alla prova i valori
Secondo l’attore e regista, la ricerca di un’esistenza dignitosa può trasformarsi in una corsa senza limiti. A pagare il prezzo di questa condizione non sono soltanto i giovani: anche persone vicine alla pensione, ha osservato, continuano a faticare per mantenere un livello di vita adeguato.
Nel film questa tensione diventa un conflitto psicologico. I protagonisti sono sei candidati — Fernando, Daniela, Enrico, Carlo, Giulio e Franca — convocati per una selezione in una grande società dal profilo misterioso. Una volta entrati in una stanza, scoprono di essere sottoposti a un esperimento: ogni reazione viene osservata e le loro debolezze diventano strumenti per metterli sotto pressione.
La situazione precipita quando emerge la presenza di una talpa collegata all’azienda. Da quel momento, il colloquio si trasforma in una prova fatta di umiliazioni, sospetti, alleanze fragili e tradimenti. L’esperienza teatrale di Pasotti con l’adattamento de Il metodo Gronholm, portato in scena nel 2004, rappresenta il precedente da cui prende forma questa nuova versione cinematografica.
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Meritocrazia e sport, due mondi opposti
Pasotti ha contrapposto il mondo del lavoro allo sport, che considera ancora capace di trasmettere regole più sane. In una gara, ha sottolineato, la sconfitta può essere accettata perché dipende dalla preparazione, dall’allenamento o dalla maggiore bravura dell’avversario.
Nel lavoro, invece, l’attore vede meccanismi lontani dalla meritocrazia e norme alle quali le persone finiscono per adeguarsi pur di guadagnare e garantire una vita dignitosa ai propri figli. «Una società equilibrata dovrebbe premiare il merito, ma nel lavoro spesso ci si piega a regole sbagliate», ha affermato, spiegando che il film vuole mettere in discussione proprio questa rinuncia collettiva.
L’obiettivo dichiarato non è offrire una soluzione semplice, ma lasciare agli spettatori una domanda dopo la proiezione. Pasotti auspica che ciascuno riconosca l’esistenza di un limite oltre il quale non spingersi, anche quando la pressione impone di vincere a ogni costo. Nel suo ragionamento, la scelta individuale può diventare significativa se molte persone decidono di non abbandonare educazione, moralità e valori personali.
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