Garlasco, i reperti distrutti e il test mai agli atti: nuovi dubbi sulla bici
Le carte interne del Ris di Parma riporterebbero un esame negativo sul pedale della bicicletta di Alberto Stasi, mai inserito nella documentazione processuale.
La vicenda dei reperti del delitto di Garlasco si arricchisce di un ulteriore elemento controverso: nel settembre 2016, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Alberto Marino avrebbe disposto la distruzione dei campioni conservati negli archivi del Ris. Sei anni più tardi anche i giudici avrebbero autorizzato lo smaltimento, senza sapere che quei materiali non erano più disponibili da tempo.
La circostanza assume rilievo perché tra i reperti figuravano anche quelli collegati alla bicicletta di Alberto Stasi, sulla quale era stata individuata una traccia poi ritenuta centrale nelle prime fasi dell’indagine.
Il consiglio di evitare nuove analisi
Già durante il processo, il tema della macchia sul pedale era tornato al centro dell’attenzione. Nel 2009 Marino avrebbe suggerito al perito nominato dal Tribunale, Carlo Robino, di non procedere con un esame immunologico, analogo all’Obti test, sostenendo che il materiale biologico disponibile fosse troppo scarso.
Questa indicazione si inserisce in una serie di passaggi tecnici oggi oggetto di verifica. Il campione, infatti, era stato esaminato per ricavare eventuale Dna, ma non sarebbe stato sottoposto in modo ufficiale alla prova specifica per individuare sangue umano.
La richiesta della difesa rimase senza seguito
Il 25 settembre 2007, quando Stasi si trovava ancora in carcere, il consulente della difesa Matteo Fabbri chiese che sulle tracce dei pedali venisse svolta una diagnosi di specie, cioè un’analisi come l’Obti test. Marino avrebbe preso atto della richiesta, comunicando però di non voler eseguire quell’accertamento.
Il capitano avrebbe invece scelto di concentrare il lavoro su un’altra traccia, destinata alla ricerca del Dna e risultata poi negativa al controllo preliminare. La decisione, riletta alla luce dei documenti recentemente acquisiti, è uno degli aspetti sui quali si concentrano le verifiche della Procura di Pavia.
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Nei documenti interni spunta un esito negativo
La possibile esistenza di un risultato mai trasmesso agli atti sarebbe emersa dagli appunti custoditi nel fascicolo interno del Ris di Parma, ora esaminati dai pm pavesi. In quelle annotazioni, attribuite all’allora capitano Alberto Marino, comparirebbe un Obti test con esito negativo effettuato il 20 settembre 2007 su un pedale caratterizzato da una vite sinistrorsa e da una macchia brunastra su un tacchetto.
Nelle relazioni tecniche ufficiali, invece, sarebbe stato riportato soltanto l’esito positivo del Combur, un controllo generico eseguito sulla traccia. Lo stesso reperto non risulterebbe quindi accompagnato dall’esame specifico per il sangue umano, almeno nella documentazione formalmente depositata.
Le analisi sul pedale e il primo arresto
Sempre il 20 settembre, dopo un esame dal quale erano emersi 2,78 nanogrammi del Dna di Chiara Poggi, Marino avrebbe effettuato anche due prove di controllo. I tracciati genetici sarebbero risultati completamente privi di profilo interpretabile, ma neppure questi dati sarebbero confluiti negli atti: sarebbero stati recuperati solo di recente a partire dai risultati grezzi.
Quattro giorni dopo, il 24 settembre 2007, Alberto Stasi venne arrestato. A orientare quel provvedimento fu anche la convinzione che la traccia repertata sulla bicicletta potesse essere sangue della vittima, mentre in seguito il materiale non venne riconosciuto come ematico e Stasi fu scarcerato dopo pochi giorni.
Il primo riferimento al possibile esito negativo dell’Obti test sarebbe arrivato dalle dichiarazioni dell’ex tenente Giorgio Portera. La successiva consultazione della documentazione interna avrebbe fornito, secondo l’ipotesi investigativa, un riscontro a quella indicazione: il controllo sarebbe stato eseguito, ma il suo risultato non sarebbe mai comparso nelle relazioni ufficiali.
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