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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Nobel alla medicina: dalla psichiatria all’alga, la svolta dell’optogenetica

Anna Moroni racconta i tre vincitori del Nobel 2026, tra intuizioni controcorrente, amicizie personali e applicazioni già arrivate alla sperimentazione clinica.

Per Georg Nagel, Peter Hegemann e Karl Deisseroth la ricerca è partita da domande molto diverse, ma ha seguito una stessa direzione: capire i meccanismi del cervello per intervenire sulle sue malattie. Deisseroth, giovane psichiatra, si era scontrato con i limiti delle terapie disponibili e aveva scelto di studiare direttamente le cellule nervose, con l’obiettivo di trovare soluzioni più efficaci e meno gravate da effetti collaterali.


La scienza nasce anche dal dubbio

«Voleva capire meglio i meccanismi, ma soprattutto alleviare i sintomi», ricorda Anna Moroni, professoressa di Fisiologia all’università Statale di Milano. La frustrazione per i risultati spesso insufficienti della psichiatria lo avrebbe spinto a spostarsi dalla pratica clinica al laboratorio, accettando anche il rischio di fallire.

La vicenda dei premiati conserva però anche un tratto quotidiano. Quando Hegemann ricevette nel 2021 il premio Lasker per la ricerca medica di base, la figlia gli ricordò che il riconoscimento non lo avrebbe esonerato dal compito serale di portare fuori la spazzatura. Un episodio che, secondo Moroni, restituisce bene la semplicità dello scienziato tedesco, oggi riluttante alle celebrazioni e alle numerose richieste di interviste.


Un Nobel che emoziona Moroni

Il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina 2026 ha una risonanza particolare per Moroni, che conosce personalmente Hegemann e Nagel. I due sono stati anche ospiti nella sua casa di campagna; inoltre, la ricercatrice ha invitato Hegemann nel proprio dipartimento due anni fa e accoglie oggi in laboratorio uno dei suoi ricercatori post-dottorato.

«Hegemann è uno scienziato generoso, ha aiutato tutti nel campo e ha promosso le idee senza badare ad altro», racconta Moroni. La docente milanese, che ha applicato l’optogenetica nelle proprie ricerche, ha mantenuto i contatti con i premiati anche dopo l’annuncio dell’Accademia. Del riconoscimento sottolinea soprattutto il valore umano e scientifico, oltre alla gioia condivisa con il marito, professore tedesco e revisore di uno dei primi lavori di Hegemann per la rivista Nature.


L’intuizione nata da un’alga

Alla base della scoperta premiata c’è una domanda apparentemente lontana dalla medicina: come riesce un’alga unicellulare a percepire la luce e a muoversi verso di essa? Hegemann studiava proprio questo fenomeno quando individuò proteine capaci di reagire alla luce. Nagel, allora suo studente, realizzò materialmente l’esperimento decisivo.

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Moroni considera questa storia una conferma del valore della ricerca guidata dalla curiosità, spesso difficile da giustificare nell’immediato attraverso possibili applicazioni. Deisseroth ebbe poi l’intuizione di trasferire una di quelle proteine vegetali dentro un neurone. L’esperimento, inizialmente accolto con scetticismo, dimostrò che l’attività della cellula nervosa poteva essere regolata utilizzando la luce e aprì la strada all’optogenetica.


Dal laboratorio alle terapie

La nuova tecnica ha offerto agli studiosi del cervello uno strumento per accendere o inibire specifici neuroni e comprendere quale funzione fosse associata a ciascuno di essi. Nel laboratorio di Moroni, gli stessi principi sono stati impiegati nei topi per affrontare il dolore neuropatico: la luce attivava un canale del potassio, riducendo l’eccitabilità delle cellule nervose infiammate.

Le prospettive non sono rimaste confinate alla ricerca di base. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha descritto il recupero parziale della vista in un paziente di 58 anni colpito da retinite pigmentosa, dopo l’inserimento nella retina di una proteina simile alla canalrodopsina. In un video collegato alla pubblicazione, l’uomo riusciva a riconoscere un’agendina sul tavolo e ad afferrarla: per Moroni, una dimostrazione capace di suscitare «un’emozione che fa venire i brividi».


Il valore di chi fa gli esperimenti

Nagel occupa un posto speciale nel racconto della ricercatrice italiana. A suo giudizio, il Nobel riconosce anche il ruolo di chi traduce un’ipotesi in una prova concreta, non soltanto di chi formula l’idea iniziale. Per anni Nagel sarebbe rimasto più ai margini del sistema scientifico, nonostante il contributo determinante al lavoro condotto con Hegemann.

Moroni ricorda inoltre il legame italiano nella vita privata del ricercatore: la moglie Anna è originaria di Napoli. I due si conobbero a New York, quando lei insegnava biologia molecolare come docente ospite alla Columbia University; si sposarono in Danimarca nel 1996 e hanno una figlia, Nina. Per Moroni, il riconoscimento a Nagel rappresenta anche un omaggio alla componente sperimentale della scienza, quella che rende verificabili le intuizioni.

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