Montecarlo, la prescrizione può chiudere il caso Fini-Tulliani
In Appello la procura generale di Roma ha chiesto di fermare il procedimento per prescrizione, mentre la difesa dell’ex presidente della Camera punta prima all’assoluzione.
Il processo d’Appello sulla vicenda della casa di Montecarlo potrebbe concludersi senza una nuova decisione sul merito. La procura generale di Roma ha infatti chiesto di dichiarare il non doversi procedere per prescrizione nei confronti di Gianfranco Fini, Elisabetta Tulliani, Giancarlo Tulliani e Sergio Tulliani, tutti imputati per riciclaggio.
La richiesta della procura in Appello
La posizione dell’accusa è stata illustrata dal sostituto procuratore generale Roberto Felici durante la requisitoria davanti alla seconda sezione della Corte d’Appello di Roma. Secondo il magistrato, la sentenza di primo grado è condivisibile, ma i reati contestati devono essere considerati prescritti.
“Va preso atto dell’intervenuta prescrizione per i reati contestati”, ha affermato Felici nel corso dell’udienza. La pronuncia dei giudici di secondo grado non è prevista nell’immediato: la decisione è attesa nel corso del prossimo anno.
La difesa chiede prima l’assoluzione
Gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno, che assistono Gianfranco Fini, hanno indicato come richiesta principale l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”. Solo in subordine, la difesa ha domandato che venga riconosciuta la prescrizione.
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Nell’aprile 2024 il Tribunale di Roma aveva condannato l’ex presidente della Camera a 2 anni e 8 mesi. Per Elisabetta Tulliani e Sergio Tulliani la pena era stata fissata in 5 anni, mentre Giancarlo Tulliani aveva ricevuto una condanna a 6 anni.
L’origine del caso immobiliare
L’inchiesta riguarda un’abitazione di Montecarlo che la contessa Annamaria Colleoni aveva destinato in eredità ad Alleanza Nazionale. L’accusa sostiene che l’immobile sia stato rilevato da Giancarlo Tulliani tramite società registrate all’estero.
L’operazione risale al 2008 e avrebbe comportato una spesa di poco superiore a 300mila euro. Nel 2015 la successiva vendita della proprietà avrebbe prodotto un ricavo pari a 1 milione e 360mila dollari, elemento centrale nella ricostruzione dell’accusa.
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