Milano, la rabbia dei ragazzi: «Con le buone non cambia nulla»
Tra periferie, lavori precari e sogni affidati ai social, alcuni dei giovani coinvolti negli scontri raccontano perché sono scesi in strada e annunciano nuove proteste.
«Ecco da che parte sto. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio. Con le buone non cambi le cose». Il messaggio pubblicato da Marracash sui social dopo gli scontri di Milano intercetta il sentimento espresso da alcuni dei giovani coinvolti nelle violenze, convinti che la protesta possa proseguire.
Anche tra loro, però, non emergono riferimenti comuni né una guida riconosciuta. «Non esiste un leader, i leader siamo noi. Il popolo è il leader. E chi si vuole far valere, va», sostengono. La mobilitazione, dicono, si è alimentata attraverso i social e ha portato in piazza ragazzi con idee politiche differenti ma accomunati dalla sensazione di non essere ascoltati.
Rowenta
-20% sulle aspirapolveri da Rowenta
I sogni dietro il rancore
Le aspirazioni personali convivono con la frustrazione economica. Ale, residente a Rho nelle case popolari di Pioltello, racconta che il padre lavora come meccanico e guadagna 800 euro al mese per mantenere la famiglia. Lui guarda al trading come possibile strada per il futuro e insiste sul fatto che anche i ragazzi delle periferie coltivano ambizioni.
Alessandro, poco più che maggiorenne, non parla di ricchezza: vorrebbe trovare un impiego regolare e costruire, con il tempo, una famiglia. Lele ha invece un obiettivo più radicale: sistemarsi e lasciare l'Italia. Suo fratello Lallo dice di desiderare soprattutto sicurezza e serenità.
A proposito dei quartieri in cui vivono, Lallo osserva che non tutte le zone sono uguali, ma che molte periferie restano difficili. Secondo lui, crescere in quei contesti significa imparare a riconoscere il valore delle cose partendo da una posizione svantaggiata.
Lavoro precario e protesta
Lallo, 18 anni, è italo-albanese e vive a Bellano Bonzeno, nel Lecchese, insieme ai genitori e al fratello Lele. In famiglia lavora soltanto il padre, impiegato come facchino. Alessandro, invece, abita da solo a San Donato; fino a un mese fa svolgeva lavori irregolari da muratore e ha trascorso diversi anni in una comunità per minori.
Le differenze politiche non sembrano impedire ai ragazzi di riconoscersi nelle stesse difficoltà. Alessandro si definisce di estrema destra e si presenta come «vannacciano», mentre gli amici che gli sono accanto hanno orientamenti opposti. Il punto comune, spiegano, è la difficoltà di migliorare la propria condizione con gli strumenti disponibili e con stipendi giudicati troppo bassi.
«Torneremo in piazza e non importano le conseguenze», affermano. Alla domanda su quanto possa crescere ancora il conflitto, rispondono che la tensione resterà alta finché non arriveranno cambiamenti concreti, anche a costo di assistere a episodi peggiori.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.
Il ritorno davanti alla Questura
La loro presenza a Milano è iniziata dopo gli appelli circolati su TikTok e Facebook. Lallo e Lele hanno raggiunto la città in treno partendo dal paese del Lecchese, seguendo una convocazione diffusa online. La mobilitazione è poi sfociata nei danneggiamenti che hanno interessato diverse strade del centro.
Quando gli ultimi ragazzi lasciano la Questura, Alessandro si accorge di non avere più il cellulare e chiede di recuperare i propri oggetti. Fuori lo aspetta Lallo. I giovani portano con sé il documento relativo alla denuncia, con l'elenco degli effetti personali, e cercano un modo per avvertire i genitori, preoccupati per quanto accaduto.
Sono quattro i ragazzi, sui 200 fermati dagli agenti il giorno precedente per i disordini, tornati in libertà. La loro posizione, tuttavia, potrebbe richiedere nuovi passaggi negli stessi uffici. Appaiono disorientati, ma desiderosi di raccontare la propria versione.
«Non siamo ragazzi cattivi»
Lallo sostiene che la violenza sia stata, dal loro punto di vista, l'unico mezzo per attirare l'attenzione di chi prende le decisioni. «Non siamo cattivi ragazzi, non è che se ci vedete così siamo cattivi», dice, respingendo le etichette di «zanza» e «maranzini» spesso associate ai giovani delle periferie.
I ragazzi sono ancora vestiti di nero. Non mostrano segni distintivi particolari, fatta eccezione per alcuni tatuaggi; sulle mani di uno di loro si notano vecchie cicatrici circolari, simili a bruciature provocate da sigarette.
Alessandro afferma che il dialogo avrebbe evitato danni maggiori, ma ritiene che le istituzioni non sappiano ascoltare. Le loro parole delineano così una protesta senza un'organizzazione centrale, sostenuta dalla rabbia per il lavoro, il reddito e le prospettive future, ma anche dal desiderio di affermare un'esistenza che sentono ignorata.
Continua a leggere
Milano, ragazzi nei guai: tra carcere, comunità e pene ridotte
Dopo i disordini del 17 e 18 ottobre, 34 minorenni restano arrestati e per 11 adulti è stata avanzata la richiesta di custodia in carcere.
Milano, il governo accelera: stretta sui violenti e 500 militari in più
Dopo i saccheggi e gli scontri, l’esecutivo prepara un decreto con nuove misure preventive mentre il Quirinale chiede valutazioni rigorose e attenzione ai profili costituzionali.
Milano, il rischio di nuovi raid: arresti e negozi di lusso chiusi
La Procura descrive una violenza improvvisa e teme nuove devastazioni: i danni nel centro superano il milione di euro.
Milano, il conto degli scontri: 32 arresti e 14 feriti
Dopo i disordini nel centro, 23 dei fermati sono minorenni e altri 220 giovani sono stati accompagnati in questura.