Milano, la rabbia corre sui social: il volto della nuova piazza
Gruppi esigui, volti coperti e telecamere sempre accese: così i giovanissimi protagonisti delle violenze sfuggono ai controlli e trasformano gli assalti in contenuti online.
La difficoltà maggiore, nelle violenze che da due giorni scuotono Milano, non sembra dipendere soltanto dal numero dei partecipanti. I gruppi colpiscono rapidamente, si separano e si disperdono prima che le forze dell’ordine riescano a riorganizzare uomini e mezzi. Nel frattempo, molti di loro continuano a filmare ciò che accade e a pubblicarlo sui social.
Il telefono cambia la piazza
Chi da almeno vent’anni osserva cortei e manifestazioni nota una distanza netta rispetto alle mobilitazioni del passato. I protagonisti più giovani non appaiono legati a sigle politiche riconoscibili e, secondo un uomo in divisa, sembrano attribuire alla propria immagine online un peso persino maggiore rispetto alle rivendicazioni.
«Corrono veloci, non hanno bandiera, amano TikTok e mostrarsi: non rinunciano alle riprese neppure quando saccheggiano un negozio o rompono una vetrina e, poi, si vantano postando», racconta. In questo quadro viene utilizzata l’espressione “generazione S”, dove la lettera richiama il selfie e il desiderio di apparire prima ancora di chiedere diritti.
L’abbigliamento contribuisce a rendere difficile distinguere i singoli: ragazzi molto giovani, spesso vestiti di scuro, con cappucci e passamontagna. Non sarebbe però un codice riservato a un gruppo preciso, perché lo stesso stile viene adottato da molti dei presenti. Anche l’etichetta “maranza”, riferita in questo contesto agli italiani di seconda generazione, non chiarisce necessariamente appartenenze o obiettivi.
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Rabbia e noia senza gruppi guida
TikTok non serve soltanto a mostrare le azioni compiute: attraverso la piattaforma i ragazzi possono anche coordinarsi e spostarsi in piccoli nuclei. Le immagini diffuse online hanno attirato grande attenzione sugli assalti, ma diventano allo stesso tempo elementi utili per gli arresti in flagranza differita. La ricerca di visibilità, tuttavia, spinge alcuni ad abbassare il passamontagna o a lasciare altri dettagli riconoscibili davanti alla telecamera.
La presenza di molti minorenni e l’assenza di organizzazioni note rendono inoltre più difficile individuare interlocutori con cui aprire un confronto. Chi conosce la realtà milanese descrive motivazioni diverse: per alcuni ci sarebbe la rabbia verso una città percepita come incapace di accogliere, per altri la frustrazione e la convinzione che nessuno sia disposto ad ascoltarli. Gli altri giovani scesi in strada, però, condannano con decisione il ricorso alla violenza.
La tattica dei piccoli gruppi amplifica infine il senso di impotenza di chi deve intervenire. «Non è una questione di numeri: con più uomini e donne in strada potremmo fermare più violenti, ma la verità è che non è possibile arginare del tutto questa violenta devastazione», conclude l’uomo impegnato anche questa sera nei controlli a Milano.
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