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Cronaca 3 min di lettura29 min fa

Milano, la periferia che guarda il centro: rabbia, soldi e isolamento

Nei quartieri lontani dai Navigli i giovani raccontano noia, precarietà e distanza dalla città benestante, mentre il sociologo legge nelle proteste il desiderio di non sentirsi esclusi.

La distanza dal centro di Milano non si misura soltanto in chilometri. Per molti ragazzi della Barona, di San Siro e dell’hinterland rappresenta soprattutto l’impressione di vivere ai margini di una città che offre opportunità e consumi visibili, ma che sembra irraggiungibile. Il disagio emerso dopo i saccheggi e le devastazioni viene così ricondotto dai residenti a una quotidianità fatta di attese, mancanza di denaro e prospettive fragili.

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Il denaro come unica scorciatoia

Mauro Magatti, sociologo e docente dell’Università Cattolica, interpreta questa rabbia come il risultato di un desiderio più sociale che politico. Secondo la sua analisi, molti giovani non scendono in strada con un progetto ideologico definito: cercano piuttosto l’accesso a uno stile di vita che vedono rappresentato ogni giorno e dal quale si sentono esclusi.

Per chi cresce in questi quartieri, aggiunge Magatti, il denaro finisce per assumere il ruolo di una soluzione universale. Con i soldi, nella percezione dei ragazzi, diventerebbe possibile ottenere ciò che altrimenti resta fuori portata. Al posto delle vecchie reti associative, oggi il principale punto di riferimento sono spesso i social, dove si incontrano modelli di successo e figure seguite da migliaia di persone, ma raramente capaci di incidere davvero sulla vita di chi li osserva.


Barona, una routine senza prospettive

Alla Barona, Manuel, poco più che maggiorenne, descrive la frattura con il cuore della città attraverso una contrapposizione netta: “Tutti noi vediamo il centro come la vita, mentre noi invece siamo all’esterno, perché lì dall’altra parte non vivono i tuoi sbatti”. La mattina frequenta il Barrio, nella stessa zona legata alla storia di Marracash, che nei giorni delle tensioni ha commentato i disordini sostenendo che “con le buone non cambi le cose”.

Marco racconta invece una condizione segnata dall’improvvisazione e dall’assenza di prospettive. A suo giudizio, molti giovani e alcune famiglie affrontano le giornate senza un progetto, mentre la scarsità economica rende impossibile costruire alternative. Le proteste violente, spiega, possono avere modalità sbagliate, ma nascono anche dalla noia e dalla sensazione che nel quartiere non ci sia nulla capace di suscitare interesse.

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Il confine invisibile di San Siro

Uno scenario simile si ritrova nell’area di San Siro, dove edifici deteriorati e nuovi complessi residenziali convivono a poca distanza. In pochi minuti si passa dai palazzi popolari alle torri panoramiche, senza che questa vicinanza produca necessariamente contatti o occasioni comuni. La separazione non è sempre visibile, ma resta percepita da chi abita nelle zone più fragili.

Tra i ragazzi ascoltati prevale l’idea di essere spettatori della società, più che suoi protagonisti. Abbigliamento sportivo, scarpe costose solo in apparenza e poco denaro convivono con sogni affidati ai video brevi del telefono, uno spazio nel quale la routine quotidiana può almeno essere momentaneamente abbandonata.


Il messaggio del rapper divide il silenzio

Dopo gli episodi di devastazione, centinaia di giovani sono stati fermati e accompagnati in questura; secondo quanto emerso, la maggior parte proveniva dalle periferie milanesi o dai comuni dell’area metropolitana. Nei quartieri, molti hanno accolto positivamente l’intervento di Marracash, ritenendo significativo che una persona conosciuta e dotata di un vasto seguito abbia dato voce a un malessere spesso ignorato.

Resta però il paradosso messo in luce dal sociologo: chi appare sui social può diventare un punto di riferimento per chi si sente escluso, pur continuando a vivere una realtà completamente diversa. Da una parte ci sono le figure pubbliche che pubblicano contenuti e proseguono la propria vita; dall’altra, ragazzi seduti per ore sulle panchine, alle prese con una rabbia che cresce dentro quartieri dove il futuro sembra ancora lontano.

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