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Cronaca 2 min di lettura2 ore fa

Mediterraneo, 1.982 vittime nel 2026: la denuncia dopo 227 salvataggi

Le navi Sea-Watch 5 e Aurora 2 hanno soccorso cinque imbarcazioni in 48 ore, tra minacce, feriti e una donna incinta in pericolo.

Nel Mediterraneo centrale il bilancio continua ad aggravarsi: dall’inizio del 2026 almeno 1.982 persone risultano morte o disperse, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’OIM segnala inoltre un aumento della mortalità di almeno il 60% lungo tutte le rotte, precisando che si tratta di una stima probabilmente incompleta.

Giorgia Linardi, portavoce della sezione italiana di Sea-Watch, lega quei numeri alle operazioni appena concluse: “Ridurre deliberatamente la capacità di soccorso è una scelta politica con conseguenze letali. Una scelta di cui la storia chiederà conto”.

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Il bilancio dei soccorsi resta pesante

In appena 48 ore, Sea-Watch 5 e Aurora 2 hanno recuperato 227 persone durante cinque interventi. Tra i naufraghi c’erano minori non accompagnati, donne incinte, persone ferite e migranti con gravi ustioni, messi in salvo mentre diverse imbarcazioni rischiavano di affondare.

L’organizzazione sostiene che il risultato sia stato possibile grazie alla presenza delle proprie navi, agli aerei civili e alle segnalazioni di Alarm Phone. “Una delle navi stava affondando e solo grazie alla società civile non ci troviamo a raccontare altri naufragi”, ha aggiunto Linardi, contestando al Governo italiano la scelta di assegnare porti molto lontani alle navi impegnate nei salvataggi.


Minacce durante le operazioni

Aurora 2 ha ricevuto l’autorizzazione a sbarcare a Lampedusa, dopo che in un primo momento le era stato indicato il porto di Catania. A bordo viaggiavano 76 persone e il carburante disponibile non avrebbe consentito di affrontare senza difficoltà una rotta più lunga. Durante il recupero, un’imbarcazione in vetroresina rimasta nell’area ha mantenuto un atteggiamento minaccioso, secondo il racconto dell’equipaggio.

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Sea-Watch 5, diretta invece verso Civitavecchia, ha raccolto 28 persone da un gommone sgonfio e sovraccarico, individuato grazie all’allarme lanciato dall’aereo civile Albatross di Sos Méditerranée. Dopo il salvataggio, una nave che si è identificata come appartenente alla Marina libica si è avvicinata e ha intimato all’equipaggio di lasciare la zona, sebbene l’unità si trovasse in acque internazionali.

“Vi prendiamo e vi portiamo a processo a Tripoli”, sarebbe stato detto dal comando dell’imbarcazione libica. Per ore i soccorritori hanno adottato le procedure di massima sicurezza, restando all’interno della nave insieme ai naufraghi.


Feriti e sbarchi ancora lontani

Quando la nave libica si è allontanata, Sea-Watch 5 ha risposto a una segnalazione di Alarm Phone e ha raggiunto una seconda barca in difficoltà. A bordo c’erano 51 persone, tra cui una donna incinta e diversi migranti con ustioni gravi. Un’altra operazione è stata poi necessaria per assistere persone provenienti da Sud Sudan, Eritrea e Sudan, Paesi segnati da conflitti e guerre.

Il percorso verso un porto sicuro ha richiesto ancora diversi giorni. Per il Viminale, prima di Civitavecchia non risultavano disponibili altri scali idonei in Italia; durante la navigazione, almeno una donna è stata trasferita d’urgenza per ragioni sanitarie. La Corte d’appello di Catanzaro ha recentemente ribadito che un intervento di soccorso si considera concluso soltanto con lo sbarco in un porto sicuro.

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