4.000Lettori online ora
Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

La sentenza non chiude il caso Merlo: la famiglia prepara l’appello

Domenico e Katia Merlo contestano il verdetto civile sulla morte del figlio e annunciano il ricorso, mentre il dolore per la sua scomparsa resta intatto.

A cinque anni dalla morte di Michele Merlo, la famiglia non considera conclusa la propria battaglia giudiziaria. I genitori del cantautore, scomparso il 6 giugno 2021 a 28 anni per una leucemia fulminante, hanno scelto di impugnare la decisione del tribunale civile di Vicenza.

Il giudice ha respinto la richiesta di risarcimento presentata contro il medico di base e l’Usl 7 Pedemontana. Nella motivazione sono state rilevate alcune criticità nella gestione del caso, ma non è stata ritenuta dimostrata la certezza che un intervento medico più rapido avrebbe evitato la morte.


La famiglia ricorrerà in appello

Domenico Merlo ha fatto sapere che il ricorso sarà depositato entro 30 giorni. «Noi non ci fermiamo. Entro 30 giorni verrà depositato l’appello», ha affermato, spiegando che l’obiettivo non sarebbe una rivalsa personale, ma il riconoscimento di quanto accaduto al figlio.

La famiglia contesta anche il percorso seguito dal procedimento, segnato dal cambio di quattro giudici. Al centro del dissenso c’è soprattutto la valutazione sulla possibilità di salvare Michele: secondo i consulenti della Procura di Bologna, una diagnosi tempestiva avrebbe offerto probabilità comprese tra l’85 e il 97 per cento. Il consulente tecnico d’ufficio ha invece sostenuto che non ci sarebbero stati tempi sufficienti.


Il nodo della diagnosi mancata

Per i genitori, un esame del sangue avrebbe potuto indirizzare subito verso la diagnosi corretta. «Bastava l’emocromo», ha ribadito Domenico, criticando anche la ricostruzione relativa ai tempi necessari per ottenere e leggere i risultati degli accertamenti.

La pronuncia di primo grado, quindi, non ha cancellato il contrasto tra le diverse valutazioni tecniche. Da una parte c’è la conclusione del tribunale sull’assenza di una prova certa del nesso tra ritardo diagnostico e decesso; dall’altra, la tesi dei periti della Procura, che hanno indicato concrete possibilità di sopravvivenza.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Un dolore che non si attenua

Mentre procede il contenzioso, per Domenico e Katia resta il vuoto lasciato dalla perdita del loro unico figlio. Il padre ha raccontato che il trascorrere degli anni non ha alleggerito l’assenza: «Il tempo non significa nulla. Ho compiuto gli anni due giorni fa, ma per me non è altro che un consumare la vita».

Quando è morto, Michele stava attraversando una fase ricca di progetti. Alla musica si affiancavano la scrittura di un libro, una linea di abbigliamento e i primi passi nel cinema. Tra i ricordi più intensi del padre c’è la registrazione di “Farfalle”, realizzata a Modena, brano che oggi viene ascoltato come una testimonianza della sua sensibilità.


L’eredità lasciata ai suoi coetanei

Dopo la scomparsa è emersa con maggiore chiarezza anche la dimensione privata del rapporto che Michele aveva costruito con il pubblico. Molti giovani che lo seguivano gli parlavano delle proprie difficoltà legate all’ansia e lui, secondo il padre, cercava di sostenerli personalmente.

Domenico ha ricordato che il figlio metteva a disposizione il proprio numero di telefono e rispondeva anche nei momenti più difficili, senza sottrarsi alle richieste d’aiuto. È questo legame, insieme alla ricerca della verità giudiziaria, a spingere oggi la famiglia verso il secondo grado di giudizio.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere