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Cronaca 1 min di lettura1 ora fa

IA e terapia: perché i medici chiedono confini più rigidi

Le applicazioni per il benessere psicologico conquistano soprattutto i giovani, mentre i rischi emersi negli Stati Uniti alimentano il confronto in Europa.

L’uso dell’intelligenza artificiale per affrontare problemi di salute mentale sta crescendo, soprattutto tra i più giovani: secondo i dati riportati, la utilizza un italiano su dieci. La diffusione delle applicazioni dedicate riapre però il dibattito su quanto possano spingersi senza sostituire il lavoro degli specialisti.

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La cautela arriva dagli esperti

A chiedere prudenza è Paris Alexandros Lalousis, docente di Intelligenza Artificiale Applicata alla Salute Mentale al King’s College di Londra. Il tema, per chi lavora nella cura psicologica, riguarda infatti uno degli ambiti più sensibili tra quelli investiti dall’innovazione tecnologica.

“L’intelligenza artificiale si sta sviluppando di gran carriera, ma ha bisogno di essere regolata”, ha affermato Lalousis. Il suo intervento si inserisce nel confronto sull’opportunità di stabilire criteri chiari per l’impiego di questi strumenti con i pazienti.

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I casi americani spingono il confronto

La discussione tra i medici europei è stata alimentata anche da alcuni casi di suicidio registrati negli Stati Uniti. Questi episodi hanno portato l’attenzione sui possibili pericoli di un ricorso all’IA in situazioni che richiedono valutazioni cliniche e responsabilità professionali.

Il confronto punta quindi a definire i limiti delle applicazioni per la salute mentale e il ruolo che dovrebbero avere terapeuti e altri operatori sanitari. Lalousis, indicato come coordinatore di un’attività non ulteriormente specificata nel testo disponibile, partecipa a questo percorso di riflessione.

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