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Cronaca 3 min di lettura2 ore fa

Figli e studio, il problema non è sempre la pigrizia: cosa osservare

Ansia, difficoltà di apprendimento e scarsa organizzazione possono pesare sui risultati: i segnali da riconoscere e gli errori da evitare in famiglia.

Quando un ragazzo rimanda i compiti, resta a lungo sui libri senza ottenere risultati o mostra un rifiuto costante verso la scuola, la prima domanda non dovrebbe riguardare la sua presunta svogliatezza. Secondo Floriana Bitto, psicologa clinica ed esperta di apprendimento del Centro Studi Lambda, è più utile capire quale ostacolo gli impedisca di lavorare in modo efficace.

La specialista invita infatti a sostituire il giudizio con un’osservazione più attenta: “Non dobbiamo chiederci ‘perché mio figlio non studia?’, ma ‘che cosa gli impedisce di studiare in maniera efficace?’”. Dietro la scarsa motivazione possono esserci difficoltà emotive, problemi di apprendimento oppure una gestione poco organizzata del lavoro scolastico.


I segnali che meritano attenzione

Un compito semplice che richiede ore, la lettura ripetuta di una pagina senza riuscire a ricordarne il contenuto o un impegno intenso accompagnato da risultati deludenti sono elementi da non trascurare. Queste situazioni possono essere collegate a una comprensione faticosa, a un metodo poco adatto o alla necessità di individuare strategie diverse per affrontare lo studio.

Anche il piano emotivo può offrire indicazioni importanti. Il desiderio frequente di evitare la scuola, l’ansia prima delle verifiche, il pianto ricorrente e i disturbi del sonno meritano attenzione soprattutto quando compaiono con continuità o segnano un cambiamento rispetto alle abitudini precedenti.

Un ulteriore campanello d’allarme può emergere dal modo in cui il ragazzo descrive se stesso. Frasi come “anche se studio prenderò comunque un brutto voto” oppure “gli altri sono più bravi di me” possono riflettere una percezione di scarsa efficacia. Bitto sottolinea che questi segnali non devono portare subito a diagnosi o etichette, ma spingere a comprendere la difficoltà che li sta producendo.


Cinque reazioni da evitare

Chiamare un ragazzo “pigro” non aiuta a chiarire ciò che sta vivendo. Allo stesso modo, i paragoni con fratelli, compagni o altri coetanei possono aumentare il senso di inadeguatezza senza offrire strumenti concreti per affrontare il problema.

Anche trasformare ogni pomeriggio in una successione di minacce, rimproveri e controlli rischia di associare lo studio a tensione e frustrazione. Tra gli errori indicati dall’esperta c’è inoltre quello di concentrarsi esclusivamente sui voti: un’insufficienza misura una preparazione in quel momento, ma non dovrebbe diventare un giudizio complessivo sulle capacità del ragazzo.

Il quinto comportamento da evitare consiste nel sostituirsi completamente al figlio. Fare tutto al suo posto può ostacolare la crescita dell’autonomia; l’obiettivo dovrebbe essere accompagnarlo verso una gestione sempre più indipendente del lavoro, non ottenere lo studio soltanto attraverso il controllo genitoriale.

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La motivazione arriva anche dopo

Aspettare che un adolescente abbia già voglia di cominciare potrebbe rivelarsi poco realistico. La disponibilità a impegnarsi, spiega Bitto, può svilupparsi dopo che il ragazzo ha verificato l’utilità di una strategia e ha sperimentato che essa produce risultati.

Per questo, più che inseguire continuamente la motivazione, sarebbe opportuno lavorare su tre aspetti: un metodo, abitudini regolari e una crescente fiducia nella propria efficacia. Molti studenti affrontano il passaggio alle scuole medie o superiori sapendo che il carico aumenterà, ma senza avere ancora imparato come organizzarsi.


Un aiuto verso l’autonomia

Il genitore può sostenere il figlio nella costruzione di un percorso chiaro: comprendere il testo, individuare i concetti essenziali, ordinarli, memorizzarli, ripassarli e prepararne l’esposizione. Anche una scansione prevedibile della giornata può rendere più semplice alternare studio e tempo libero, purché resti abbastanza flessibile da adattarsi agli impegni e alle energie disponibili.

All’inizio l’adulto può collaborare con domande pratiche, per esempio chiedendo da quale attività partire o quanto tempo potrebbe servire. In seguito, però, il suo ruolo dovrebbe ridursi gradualmente. Come riassume la psicologa, “l’obiettivo non è controllare lo studio, ma accompagnare il ragazzo verso l’autonomia”.

Se il rapporto familiare è ormai dominato dal conflitto, può essere utile coinvolgere una figura specializzata nel metodo di studio, nell’organizzazione e nello sviluppo dell’indipendenza. Chiedere supporto non significa arrivare alla fine delle possibilità: la strada può consistere nel capire l’ostacolo, fornire strumenti adeguati, creare abitudini e lasciare progressivamente al ragazzo maggiori responsabilità.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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