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Cronaca 3 min di lettura4 giorni fa

Fideuram, la trappola della voce clonata: 39,5 milioni ancora fuori

Messaggi e telefonate generate dall’IA avrebbero convinto dirigenti bancari a disporre trasferimenti verso l’estero: coinvolti anche Ifis, Bper e un altro istituto

Telefonate con timbri vocali artificiali, messaggi WhatsApp e documenti apparentemente autentici: è lo schema seguito in diverse frodi ai danni di banche italiane. Le somme movimentate ammontano complessivamente a decine di milioni, con una parte recuperata dagli istituti o bloccata durante le indagini.

Il caso più rilevante riguarda Paolo Molesini, ex presidente di Fideuram, al quale sarebbe stato prospettato un accordo riservato per l’acquisizione di una banca straniera. Nell’inchiesta della Procura di Milano risulta iscritto un cittadino israeliano di 48 anni, ritenuto uno dei possibili componenti del gruppo.


Il raggiro costruito attorno a Molesini

Secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento della gip Sonia Mancini, il 23 febbraio Molesini ricevette un contatto su WhatsApp da una persona che si presentò come Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa, pur utilizzando un’utenza differente da quella conosciuta dal manager. Gli fu annunciato l’imminente intervento di un legale di uno studio realmente esistente.

La giustificazione fornita era un’operazione di acquisizione da realizzare attraverso Fideuram, perché un passaggio diretto tramite Intesa avrebbe potuto provocare una fuga di notizie e l’intervento della Consob. La circostanza, secondo gli atti, non apparve immediatamente anomala anche alla luce del precedente tentativo fallito di acquisire Generali per una ragione analoga.

Il presunto avvocato, usando una voce riprodotta con l’intelligenza artificiale, avrebbe quindi inviato undici documenti, tra cui un’intesa preliminare sulla riservatezza e una procura speciale attribuita a Messina. In seguito sarebbero arrivate le coordinate dei destinatari dei trasferimenti.


Quasi 95 milioni nei bonifici

Nello stesso giorno, anche il responsabile della tesoreria e dei pagamenti di Fideuram sarebbe stato raggiunto da un falso amministratore delegato della società. L’uomo gli avrebbe anticipato che Molesini avrebbe impartito disposizioni per “bonifici urgenti e riservati”.

Il tentativo complessivo puntava a spostare quasi 95 milioni di euro. Dai documenti dell’indagine risulta tuttavia che la cifra non recuperata è pari a 39,5 milioni: Fideuram avrebbe bloccato 42 milioni su conti in Cina, mentre un decreto cautelare ha congelato oltre 13 milioni depositati presso una banca portoghese.

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Molesini si è dimesso dall’incarico a marzo. Il provvedimento è stato richiesto dai pm Barbara Benzi e Alfonso Serritiello, all’interno del pool coordinato da Eugenio Fusco, e ricostruisce anche i passaggi finanziari compiuti dalla rete sospettata.


Gli altri istituti finiti nel mirino

Un episodio distinto avrebbe coinvolto una manager di Banca Ifis. A maggio la dirigente avrebbe autorizzato operazioni per circa 24 milioni, ma 20 milioni sarebbero stati recuperati, anche attraverso un sequestro preventivo disposto a Barcellona dalla gip Sara Cipolla nell’indagine del pm Enrico Pavone.

Le somme erano state indirizzate verso più Paesi, tra cui Spagna, Singapore, Hong Kong e Bahrein. Un ulteriore fascicolo riguarda invece un istituto di dimensioni inferiori: in questo caso il danno stimato è di circa 2 milioni, con una parte del denaro rintracciata in Croazia.

Dagli atti emerge inoltre un episodio analogo ai danni di una società non bancaria appartenente al Gruppo Bper. Anche in quella circostanza sarebbe stato utilizzato il nome dello stesso legale, ma l’importo trasferito sarebbe stato molto più contenuto rispetto agli altri casi.


Rogatorie per identificare la banda

Le inchieste procedono separatamente, ma presentano modalità operative considerate simili dagli investigatori: identità di vertici aziendali falsificate, comunicazioni credibili e uso del voice cloning per rendere più persuasivi i contatti telefonici.

I carabinieri del Nucleo investigativo e la Procura di Milano stanno lavorando con rogatorie internazionali per ricostruire la destinazione dei fondi e individuare gli altri responsabili. Al momento, nei diversi procedimenti, compaiono già alcuni nomi nel registro degli indagati.

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