Ex Ilva, fabbriche ferme e redditi a rischio: la protesta esplode
Operai e sindacati chiedono un piano per rilanciare gli impianti, tutelare l’occupazione e accompagnare la trasformazione verso una siderurgia meno inquinante.
Il timore più immediato riguarda il reddito: con la produzione bloccata e il passaggio al pagamento diretto dell’Inps, alcuni lavoratori temono di dover attendere settimane prima di ricevere la cassa integrazione. È uno degli aspetti che ha portato oggi, lunedì 12 ottobre, dipendenti e lavoratori dell’indotto a scendere in strada tra Taranto, Genova e Novi Ligure.
La protesta non si limita alla richiesta di nuovi sostegni economici. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono una strategia industriale, investimenti per la decarbonizzazione e garanzie per chi rischia di restare sospeso tra fermate, rinvii e incertezza sul futuro degli stabilimenti.
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Il reddito resta il primo allarme
A Novi Ligure Alberto Pastorello, della Uilm, ha indicato in 550 le famiglie esposte alle conseguenze della crisi. Il sindacalista teme che la sostituzione dell’anticipo aziendale con l’erogazione dell’Inps possa rallentare i pagamenti: “Rischiamo di non avere un euro per fare Natale”, ha detto durante la mobilitazione.
Il problema si aggiunge a una situazione già fragile. Acciaierie d’Italia è sottoposta ad amministrazione straordinaria dal febbraio 2024, dopo le difficoltà di liquidità e il mancato accordo sui finanziamenti tra ArcelorMittal e Invitalia. A guidare la procedura sono i commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli.
La fermata di Taranto blocca il Nord
A Taranto gli impianti sono inattivi anche in attesa dell’udienza del 20 ottobre in Cassazione, chiamata a esaminare il provvedimento della Corte d’appello di Milano relativo all’area a caldo. L’azienda ha inoltre comunicato di avere esaurito le materie prime, che non sarebbero più state acquistate in vista dell’arresto produttivo.
Il blocco dello stabilimento pugliese si ripercuote sugli impianti settentrionali, che ricevono da lì i semilavorati necessari alle lavorazioni. Genova e Novi Ligure non dispongono infatti di un’area a caldo; Acciaierie d’Italia ha previsto la sospensione temporanea delle attività nei due siti entro il 15 novembre. Sindacati e amministratori chiedono di ricorrere, nel frattempo, a materiale acquistato sul mercato. La sindaca di Genova Silvia Salis ha sintetizzato la sua posizione così: “Non c’è alcun motivo per fermare gli impianti”.
Dal governo arrivano solo coperture
Durante l’incontro dell’8 ottobre a Palazzo Chigi, l’esecutivo ha prospettato il finanziamento della cassa integrazione fino a giugno prossimo. Nel pacchetto figurano 80 milioni di euro per la misura in deroga destinata alle aziende dell’indotto e degli appalti, oltre a 45 milioni per portare al 70 per cento della retribuzione il trattamento dei dipendenti di Acciaierie d’Italia. Le norme dovrebbero essere inserite in un decreto atteso nel Consiglio dei ministri di domani.
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Per le organizzazioni metalmeccaniche, tuttavia, gli stanziamenti non colmano il vuoto sul futuro produttivo. La loro contestazione riguarda soprattutto il rinvio delle decisioni industriali alla cessione dell’azienda a un nuovo gestore: servono tempi e responsabilità precise per la ripartenza, insieme alla sostituzione degli altiforni con nuovi forni elettrici.
Una crisi oltre l’ex Ilva
Nel corso dello sciopero, che potrebbe proseguire anche nei prossimi giorni, i lavoratori hanno chiesto pure il riconoscimento del lavoro usurante e dei rischi legati all’amianto e agli agenti inquinanti. Tra le proposte ci sono pensionamenti anticipati e incentivi per chi deciderà di lasciare volontariamente l’azienda. A Taranto Francesco Brigati, segretario della Fiom locale, ha sollecitato risorse pubbliche per rendere possibile la transizione.
Le iniziative hanno assunto forme diverse: a Taranto operai e delegati hanno occupato per un tratto la statale 106 dopo un’assemblea davanti alla direzione; a Genova il corteo da Cornigliano ha raggiunto la prefettura, con la partecipazione della sindaca Silvia Salis, del presidente regionale Marco Bucci e del vicesindaco Alessandro Terrile. A Novi Ligure si sono svolti un presidio e un’assemblea.
La vertenza riflette difficoltà più ampie della siderurgia italiana: energia costosa, consumi deboli in Europa e pressione dei prodotti asiatici si sommano ai problemi finanziari, all’instabilità gestionale e agli investimenti rimasti indietro. Il sindaco di Taranto Piero Bitetti ha respinto l’idea che la cassa integrazione rappresenti una soluzione desiderata dagli operai, che chiedono invece di continuare a lavorare e a sostenere le proprie famiglie.
Per uscire dalla crisi servirebbero quindi capitali, una guida stabile e un progetto capace di unire produzione, occupazione e sicurezza. Senza questi elementi, gli aiuti possono soltanto rinviare il problema, mentre la transizione rischia di trasformarsi in un’attesa senza una scadenza.
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