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Cronaca 5 min di lettura2 giorni fa

Europa, la guerra ibrida non basta più: chi decide la risposta

Beniamino Irdi analizza l’escalation russa, i limiti delle democrazie e gli strumenti con cui l’Europa può rafforzare la propria deterrenza

Un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe diventare il perno della risposta alle nuove minacce, ma soltanto se fosse dotato di poteri reali. Senza la possibilità di assumere decisioni vincolanti e produrre conseguenze concrete, rischierebbe di trasformarsi in un ulteriore tavolo di confronto privo di efficacia.


Un Consiglio europeo con poteri veri

La proposta rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre si confronta con il nodo centrale della sicurezza continentale: proprio quando si parla di difesa nazionale, i governi sono meno disponibili a trasferire competenze a un livello comune.

Beniamino Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, considera l’ipotesi significativa. A suo giudizio, però, la nuova struttura avrebbe un valore concreto solo se riuscisse a orientare le scelte degli Stati e a rendere operative le decisioni, non se si limitasse a ospitare dibattiti.


La democrazia deve proteggersi

Secondo Irdi, le democrazie liberali non devono rinunciare ai propri principi, ma devono riconoscere che una fase di sicurezza eccezionale può imporre un diverso equilibrio tra interessi contrapposti. Il problema riguarda anche la trasparenza: segreto di Stato, apparati di intelligence e organismi riservati non possono funzionare con la stessa esposizione pubblica di un’amministrazione ordinaria.

Le regole dello Stato di diritto rendono più difficili alcune iniziative sugli asset russi, mentre il rapporto diretto con gli elettori può frenare misure energetiche destinate a far aumentare i prezzi. Questi vincoli rappresentano una garanzia per i cittadini, ma possono diventare punti deboli quando un avversario prova a sfruttarli per rallentare la reazione occidentale.


La pressione russa cambia natura

Negli ultimi anni la cosiddetta guerra ibrida ha descritto una modalità di confronto collocata tra la normalità diplomatica e il conflitto aperto. Attacchi informatici, manipolazione delle informazioni, sabotaggi, incendi, azioni contro infrastrutture essenziali e impiego di droni hanno consentito di colpire uno Stato senza ricorrere a un’aggressione militare tradizionale.

A settembre la Germania ha ricondotto alla Russia il tentativo di utilizzare droni carichi di esplosivo contro l’aeroporto di Lipsia/Halle. Nello stesso periodo, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese e un velivolo senza pilota con esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania. Nel frattempo l’Unione europea ha continuato a varare misure contro sabotaggi, intrusioni informatiche, interferenze informative e iniziative rivolte a indebolire le istituzioni democratiche.


La soglia non è militare

Nel suo intervento del 16 settembre, von der Leyen ha sostenuto che le minacce ibride rivolte all’Europa siano ormai “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, avanzando anche l’idea di una strategia comune, di un meccanismo d’emergenza complementare all’articolo 4 della Nato e di un futuro organo europeo dedicato alla sicurezza.

Irdi invita tuttavia a non concentrarsi soltanto sull’etichetta. La logica di queste campagne consiste nel mantenere ogni singolo episodio al di sotto del livello che spingerebbe lo Stato colpito a una risposta energica. Quel limite, spiega, non è stabilito da un parametro tecnico né da una norma precisa: nasce dalle decisioni politiche.

La Russia lo avrebbe innalzato gradualmente per anni. Nelle democrazie è infatti complesso raccogliere il consenso necessario per reagire a una pressione che cresce per piccoli passi, senza un evento unico capace di mobilitare immediatamente l’opinione pubblica. Per questo, secondo l’esperto, definire ogni episodio come “guerra” non risolve il problema: sono le scelte concrete dei Paesi bersaglio a determinare la soglia oltre la quale l’aggressore deve aspettarsi una risposta.

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Paura e deterrenza vanno insieme

L’aumento delle azioni russe presenta, nella lettura di Irdi, due caratteristiche. Gli episodi sono diventati più numerosi, evidenti e fisici, con un ricorso maggiore a esplosivi, droni e sabotaggi; inoltre Mosca sembrerebbe meno interessata a mantenere la possibilità di negare in modo credibile il proprio coinvolgimento.

Alcune operazioni recenti, osserva l’analista, appaiono difficilmente attribuibili a soggetti non statali. Il messaggio potrebbe quindi essere quello di un attore che non teme più l’attribuzione e che, anzi, punta a rendere riconoscibile l’origine della pressione.

La componente psicologica resta però decisiva. Una percezione pubblica fondata sull’idea di una minaccia permanente può produrre effetti anche quando un singolo attacco non raggiunge l’obiettivo materiale. Il bersaglio finale non coincide necessariamente con un edificio o con un’infrastruttura: può essere la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale e la credibilità della capacità statale di proteggere i cittadini.

Per questa ragione l’Europa dovrebbe costruire una dottrina condivisa di deterrenza. Ogni azione ostile dovrebbe comportare conseguenze riconoscibili, prevedibili e abbastanza onerose da superare il vantaggio atteso dall’attaccante. L’allarme diffuso potrebbe così diventare anche il punto di partenza per una politica di sicurezza più integrata.


Energia, riserve e sostegno a Kiev

Secondo Irdi, i margini per aumentare i costi a carico della Russia non sono esauriti. Il settore energetico resta uno degli strumenti disponibili, anche se una riduzione dei rapporti con Mosca avrebbe ricadute economiche per gli stessi Paesi europei.

Tra le opzioni figurano inoltre gli asset russi congelati, una strada accompagnata da questioni giuridiche e politiche molto delicate. A queste leve si aggiunge il piano convenzionale, che comprende armamenti, attività di intelligence e assistenza all’Ucraina. La cautela occidentale sul rischio di escalation, rileva l’esperto, ha inciso profondamente sia sulla quantità sia sui tempi degli aiuti militari destinati a Kiev.


Il precedente degli asset congelati

L’eventuale confisca delle riserve russe potrebbe spingere altri Stati a chiedersi se i propri patrimoni depositati in Europa siano davvero tutelati. Irdi riconosce la sensibilità del precedente, ma non ritiene inevitabile una reazione automatica da parte di tutti gli altri Paesi.

La situazione russa, sottolinea, presenta infatti caratteristiche specifiche: Mosca ha invaso uno Stato sovrano e sostiene da quattro anni e mezzo un conflitto che comprende anche strumenti non convenzionali. La valutazione giuridica resta complessa, ma il caso non sarebbe necessariamente sovrapponibile a quello di Paesi che non hanno intrapreso un’azione analoga.

Irdi si occupa di competizione tra grandi potenze, resilienza democratica e minacce ibride. HighGround organizza il 6 novembre alla Luiss di Roma gli “HG Dialogues”, appuntamento dedicato alla sicurezza nazionale e ai rapporti tra istituzioni e imprese. È in questo quadro che il confronto sulla soglia della risposta europea si intreccia con la necessità di rendere più solide le difese comuni.

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