Estradizione bloccata: il caso Khlynovskiy riapre il nodo sicurezza
I giudici hanno fermato la consegna agli Stati Uniti: prima del via libera ministeriale serviva il parere degli organismi italiani per la cybersicurezza.
La richiesta degli Stati Uniti per Roman Yuryevich Khlynovskiy non si tradurrà, almeno per ora, nell’estradizione dell’hacker. I giudici hanno infatti ritenuto insufficiente la valutazione compiuta dal ministero guidato da Carlo Nordio, richiamando il possibile rilievo della vicenda per la sicurezza nazionale.
GioiaPura
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Il via libera ministeriale non basta
Il ministero aveva accolto le richieste americane relative a Khlynovskiy, dando così seguito alla procedura per la sua consegna. Secondo i giudici, però, prima di assumere quella decisione sarebbe stato necessario acquisire valutazioni specifiche da parte delle autorità italiane competenti.
La contestazione non riguarda soltanto l’iter formale dell’estradizione. Al centro c’è anche il fatto che l’hacker, in precedenza, aveva offerto il proprio aiuto all’Italia: un elemento che, alla luce della decisione, avrebbe richiesto un esame più ampio e coordinato.
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Necessario il parere degli organismi di sicurezza
Per i giudici il ministero avrebbe dovuto consultare l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e il Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Il coinvolgimento di questi organismi era ritenuto indispensabile per verificare tutte le implicazioni del caso.
La ragione indicata nella decisione è legata alla sicurezza nazionale. Proprio per questo, la valutazione firmata dal ministero è stata considerata inadeguata e l’estradizione verso gli Stati Uniti è stata bloccata.
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