Diciannove anni dopo spunta l’esito opposto sui pedali di Stasi
Matteo Fabbri solleva dubbi sul doppio accertamento genetico eseguito nel settembre 2007 e sulla mancata presenza del secondo risultato negli atti.
Il caso di Garlasco torna al centro dell’attenzione per un elemento emerso soltanto dopo 19 anni: sullo stesso campione prelevato dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi furono ottenuti due risultati incompatibili. A ricordarlo è Matteo Fabbri, genetista che all’epoca affiancava la difesa dell’ex fidanzato di Chiara Poggi, intervenuto in diretta a “Ore 11”.
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Due analisi, esiti inconciliabili
Il primo esame venne effettuato il 19 settembre 2007 sul materiale biologico raccolto dalla bicicletta Umberto Dei. La quantità analizzata era pari a 2,78 ng/ml e il profilo genetico risultava compatibile con quello di Chiara Poggi.
A distanza di un giorno, il 20 settembre, una nuova verifica sulla stessa parte del campione non confermò quell’esito: il materiale non venne ricondotto al Dna della ragazza. Il primo risultato fu inserito nella documentazione processuale, mentre del secondo si è saputo soltanto recentemente.
Fabbri contesta il metodo seguito
Secondo Fabbri, la presenza di due responso opposti avrebbe dovuto imporre una valutazione approfondita, senza considerare il dato negativo come irrilevante. “Non è possibile accettare che dei dati negativi non possano porre un problema a un dato positivo ottenuto a meno di 24 ore di distanza”, ha affermato durante il collegamento televisivo.
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Il genetista ha poi spiegato che la questione, prima ancora di essere laboratoristica, riguarda il modo in cui vengono interpretati gli accertamenti. Per rendere più chiaro il suo ragionamento, ha utilizzato un esempio legato alla medicina: “Nessun collega, in qualsiasi parte del mondo, a fronte di due risultati opposti su un campione, può refertare alla propria azienda ospedaliera che il paziente ha un tumore”.
La tesi dell’ex consulente
Nel suo intervento, Fabbri ha sostenuto che quel secondo controllo avrebbe potuto assumere un peso decisivo nella strategia difensiva di Stasi. La sua valutazione è netta: “Avremmo avuto in mano un bazooka che, con una pagina, ci avrebbe permesso di salvare Alberto ancora più velocemente”.
Il riferimento è alla possibilità di presentare immediatamente agli atti la discordanza tra le due analisi. Resta quindi il tema della ricostruzione documentale di quegli accertamenti e del motivo per cui il risultato negativo non sia comparso nella stessa fase processuale del primo esito.
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