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Cronaca 3 min di lettura10 ore fa

Diabete tipo 2, il Cgm cambia la cura ma non per tutti

Il monitoraggio continuo del glucosio favorisce autonomia e aderenza, ma restano differenze territoriali, scarsa conoscenza e ostacoli alla copertura

Trasformare un’innovazione in un aiuto concreto per tutte le persone con diabete resta la sfida principale. Nicoletta Grovale, responsabile degli Affari medici di Dexcom Italia, sottolinea che «il vero progresso passa dalla personalizzazione delle cure»: ogni paziente dovrebbe poter disporre dello strumento più adatto alle proprie condizioni cliniche, così da migliorare sia gli esiti sia la qualità della vita.


L’accesso cambia da regione a regione

In Italia le indicazioni per il monitoraggio continuo del glucosio, indicato anche con l’acronimo Cgm, sono state ampliate dalle più recenti raccomandazioni Sid-Amd. In presenza di determinate condizioni cliniche, l’utilizzo può riguardare anche persone con diabete di tipo 2 che non seguono una terapia insulinica.

La possibilità concreta di ricorrere a questa tecnologia, però, non è uguale in tutto il Paese. Basilio Pintaudi, diabetologo dell’ospedale Niguarda di Milano e consigliere nazionale dell’Associazione medici diabetologi, parla di una questione di equità: «beneficiare di una tecnologia non dovrebbe dipendere dal territorio in cui si vive». A rendere il quadro più complesso contribuisce anche la preparazione degli operatori, chiamati a interpretare correttamente i dati raccolti.


I dati aiutano oltre la visita

Secondo il rapporto presentato da Dexcom, l’89% dei professionisti coinvolti ritiene che il Cgm consenta di verificare meglio l’aderenza alla terapia nel periodo compreso tra un controllo e l’altro. Tra i pazienti che già lo utilizzano, oltre la metà afferma di aver seguito con maggiore attenzione il piano terapeutico.

Il beneficio viene percepito anche nella gestione autonoma: il 94% degli utilizzatori dichiara di sentirsi più indipendente, il 93% giudica la tecnologia semplice da impiegare e il 91% usa le informazioni ottenute per orientare le proprie decisioni quotidiane. Pintaudi osserva che «vedere con continuità l’andamento della glicemia permette di capire meglio gli effetti delle proprie scelte» e può rafforzare il collegamento tra le indicazioni ricevute dal medico e la vita di ogni giorno.


Cgm e farmaci per il peso

La ricerca segnala anche una relazione sempre più frequente tra il Cgm e gli agonisti del recettore del Glp-1. Il 58% delle persone che assume questi farmaci utilizza contemporaneamente un sistema di monitoraggio continuo, mentre la maggioranza degli intervistati prenderebbe in considerazione il Cgm qualora venisse consigliato insieme alla terapia.

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Per circa un professionista su due, la maggiore diffusione dei farmaci a base di Glp-1 potrebbe favorire anche quella del monitoraggio. Il collegamento è considerato particolarmente rilevante in presenza di obesità, condizione che riguarda circa il 40% delle persone con diabete di tipo 2: osservare la risposta glicemica agli alimenti può aumentare la consapevolezza e, nelle fasi iniziali della malattia, diventare anche uno strumento di apprendimento personale.


Conoscenza e rimborsi frenano la diffusione

Nonostante i giudizi positivi di chi già usa il Cgm, il 55% degli intervistati ammette di conoscere poco questa tecnologia. Persistono inoltre problemi legati alla copertura economica e ai rimborsi: la difficoltà è indicata dal 90% dei professionisti negli Stati Uniti e dal 53% di quelli degli altri sette Paesi inclusi nell’indagine.

Un ulteriore elemento riguarda la lettura clinica dei risultati. Il cosiddetto Time in Range, cioè il periodo trascorso con la glicemia nell’intervallo considerato appropriato, non può essere interpretato come una percentuale isolata: anche scostamenti ridotti possono avere un peso nella valutazione del singolo paziente. Per questo, la formazione degli operatori deve accompagnare la disponibilità degli strumenti.


La ricerca presentata a Milano

Il quadro arriva dal rapporto Dexcom realizzato nel 2026 su oltre 800 professionisti sanitari e 2.500 persone con diabete di tipo 2, distribuiti in 8 Paesi: Germania, Italia, Giappone, Polonia, Arabia Saudita, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. L’indagine ha esaminato i cambiamenti dell’ultimo anno nelle esperienze, nelle conoscenze e nelle opinioni relative alla malattia e alle tecnologie di monitoraggio.

I risultati sono stati illustrati durante il 62esimo Congresso della European Association for the Study of Diabetes, in programma a Milano fino al 2 ottobre. L’analisi si concentra sulla continuità assistenziale, sull’aderenza alle cure, sull’integrazione con le strategie terapeutiche più recenti e sulle barriere che ancora limitano informazione e accesso.

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