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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Alzheimer, la svolta resta parziale: cosa possono fare i nuovi farmaci

Giovanna Zamboni dell’Università di Modena e Reggio Emilia chiarisce i limiti e i possibili vantaggi delle terapie rivolte alle fasi iniziali della malattia.

La ricerca sull’Alzheimer ha aperto una possibilità finora inedita: intervenire sull’andamento della malattia prima che il deterioramento diventi avanzato. Il risultato, tuttavia, non coincide con una guarigione né consente di recuperare le capacità già perdute.

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La progressione può essere rallentata

A spiegare il potenziale dei trattamenti più recenti è stata Giovanna Zamboni, docente di Neurologia all’Università di Modena e Reggio Emilia. Durante l’incontro istituzionale “L’Alzheimer come sfida di sanità pubblica”, svolto a Roma alla Camera dei deputati, ha sottolineato che alcuni farmaci agiscono eliminando la proteina considerata alla base della patologia, soprattutto quando la diagnosi arriva nelle fasi iniziali.

«Non curiamo la patologia: questi pazienti non potranno guarire», ha precisato Zamboni nel corso dell’evento promosso su iniziativa dell’onorevole Annarita Patriarca. Secondo la neurologa, i medicinali non sono in grado di ripristinare ciò che il paziente ha già perso, ma possono frenare il peggioramento e, in casi selezionati, produrre vantaggi concreti.


Il limite resta la perdita dell’autonomia

Fino a oggi, ha osservato la professoressa, mancavano strumenti capaci di incidere realmente sul percorso dell’Alzheimer. La malattia tende infatti a progredire nel tempo, compromettendo le funzioni cognitive e riducendo gradualmente la capacità di vivere in autonomia.

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Nel quadro descritto da Zamboni, il deterioramento può arrivare in seguito alla perdita dell’indipendenza personale e, nelle fasi più gravi, alla morte. Per questo l’efficacia delle nuove terapie dipende anche dalla selezione dei pazienti e dalla possibilità di intervenire tempestivamente, senza confondere il rallentamento della malattia con la sua eliminazione.


Regioni chiamate all’innovazione

Il confronto si è svolto in occasione della presentazione dello studio di Altems Advisory “Alzheimer in Italia: sistemi regionali alla prova dell’innovazione diagnostico-terapeutica. Governance, percorsi e readiness organizzativa: un’analisi comparativa di nove Regioni”.

La ricerca ha posto al centro la capacità dei sistemi sanitari regionali di organizzare diagnosi, percorsi assistenziali e accesso alle innovazioni terapeutiche. Il tema riguarda quindi non soltanto la disponibilità dei farmaci, ma anche la preparazione delle strutture a gestire una patologia che continua a incidere sulle funzioni cognitive, sull’autonomia e sull’assistenza ai pazienti.

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