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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Alzheimer, diagnosi a due velocità: il divario tra le Regioni

Uno studio Altems Advisory fotografa reti ancora disomogenee e indica le priorità per rendere più uniforme l’accesso a diagnosi, terapie e assistenza.

La possibilità di ricevere una diagnosi avanzata per l’Alzheimer cambia sensibilmente a seconda della Regione. Nei territori esaminati, l’accesso alla Pet amiloide oscilla infatti tra il 48% e il 92% dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd), mentre a livello nazionale solo due centri su tre dispongono di questa opportunità. È uno dei dati emersi dallo studio presentato alla Camera durante l’incontro “La malattia di Alzheimer come sfida di sanità pubblica”.

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La rete diagnostica resta diseguale

Il lavoro, realizzato da Altems Advisory, ha messo a confronto nove Regioni prendendo in esame programmazione sanitaria, organizzazione dei servizi e percorsi diagnostico-terapeutici. La fotografia mostra che piani e provvedimenti sono presenti quasi ovunque, ma non sempre diventano reti operative stabili, con procedure condivise e continuità nella presa in carico.

Le differenze riguardano anche il coordinamento tra medicina generale, centri specialistici e servizi sociosanitari, oltre alla disponibilità di dati e al sostegno per i caregiver. Patrizia Spadin, presidente di Aima, ha denunciato a margine dell’incontro che “meno del 50% dei pazienti con diagnosi riesce ad essere in carico ai Cdcd”, sottolineando inoltre la carenza di strutture e specialisti per le fasi più avanzate della malattia.

In Italia l’Alzheimer interessa circa 700mila persone e coinvolge più di 3 milioni tra familiari e caregiver. Le demenze, settima causa di morte nel mondo, incidono sull’autonomia dei pazienti e sulla vita quotidiana delle famiglie, mettendo alla prova la capacità dei servizi sanitari e sociali di garantire assistenza nel tempo.


Le nuove cure impongono una svolta

La diagnosi tempestiva assume un peso maggiore con l’arrivo di possibilità terapeutiche capaci di intervenire sui meccanismi biologici della malattia e di rallentarne la progressione. Per individuare le persone che possono beneficiarne servono percorsi appropriati, accesso agli esami specialistici e un impiego più strutturato dei biomarcatori, compresi quelli ematici.

Il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031 punta a sostenere questo cambiamento attraverso sette aree di intervento, con obiettivi, azioni e indicatori verificabili. Il documento prevede anche un maggiore collegamento tra i Cdcd e i servizi territoriali, misure per i caregiver, sistemi informativi più efficaci e iniziative dedicate a prevenzione e diagnosi biologica precoce.

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Secondo Eugenio Di Brino, co-fondatore e partner di Altems Advisory, la disponibilità di una singola tecnologia non basta: “La preparazione alla futura innovazione non si misura sulla disponibilità di una singola tecnologia, ma sulla capacità di integrare governance, percorsi, infrastrutture informative e continuità assistenziale”. L’obiettivo indicato dagli esperti è fare in modo che la diagnosi e la presa in carico non dipendano dal luogo di residenza o dall’iniziativa del singolo professionista.


Risorse e programmazione da consolidare

L’incontro alla Camera è stato promosso dall’onorevole Annarita Patriarca, promotrice dell’Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer. Al confronto hanno partecipato istituzioni, comunità scientifica, rappresentanti regionali e associazioni dei pazienti, con l’intento di individuare interventi utili a trasformare i progetti esistenti in servizi continuativi.

Negli anni il sistema italiano ha introdotto il Piano nazionale demenze del 2014, il Tavolo permanente sulla demenza e il Fondo per l’Alzheimer e le demenze. Proprio quest’ultimo ha assegnato alle Regioni 33,4 milioni di euro nel periodo 2024-2026, una cifra superiore al doppio rispetto al triennio precedente.

Per colmare le distanze tra i territori, tuttavia, non servono soltanto risorse per acquistare tecnologie. Lo studio richiama la necessità di una governance concreta, di percorsi aggiornati, di informazioni condivise e di una rete capace di seguire la persona dai primi segnali fino al trattamento e all’assistenza nelle fasi più complesse.

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