Alluvione del 1966, 47 morti e danni all'arte in Toscana
Il bilancio comprende 47 morti in Toscana, danni al patrimonio artistico e una vasta mobilitazione solidale
Il 4 novembre 1966 l’Arno sommerse Firenze e vaste aree della Toscana, lasciando dietro di sé vittime, distruzione e opere d’arte danneggiate.
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I danni al patrimonio
Il fango raggiunse la Biblioteca Nazionale Centrale, dove migliaia di libri, manoscritti e documenti furono colpiti dall’acqua. Nella basilica di Santa Croce il Crocifisso di Cimabue perse gran parte della superficie dipinta, mentre anche i depositi degli Uffizi subirono pesanti conseguenze.
La corrente investì inoltre la Porta del Paradiso del Battistero di San Giovanni, causando il distacco di numerose formelle scolpite da Lorenzo Ghiberti. Il patrimonio culturale fiorentino fu così coinvolto in una devastazione che interessò anche strade, ponti, negozi, abitazioni e strutture pubbliche.
Case distrutte e soccorsi
Per giorni Firenze rimase coperta da acqua, nafta e fango. Le campagne furono sommerse, diversi allevamenti andarono perduti e molti centri rimasero senza collegamenti; in alcune zone della città e della periferia occidentale il livello dell’acqua arrivò vicino ai sei metri.
Il sindaco Piero Bargellini, bloccato a Palazzo Vecchio, tentò di dirigere le operazioni e di ottenere aiuti dal governo. Nelle ore iniziali, però, furono soprattutto gli abitanti a intervenire: a Brozzi e San Donnino furono abbattuti muri interni per passare da un edificio all’altro, mentre 56 persone trovarono riparo nella stessa abitazione. A San Donnino alcuni allevatori portarono il bestiame ai piani superiori della Casa del Popolo.
Vittime e territori colpiti
Le stime sulle vittime non coincidono. L’archivio Polaris del Cnr, dedicato agli eventi di dissesto idrogeologico, indica 47 morti in Toscana: 38 tra Firenze e provincia, cinque nel territorio pisano, due nel Grossetano, una nell’Aretino e una nel Lucchese. Un documento della Prefettura di Firenze pubblicato nel 2006 ne conta invece 35 nella provincia, di cui 17 nel capoluogo e 18 negli altri comuni.
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L’acqua non si fermò a Firenze. L’Ombrone allagò Grosseto e ampie zone della Maremma; Bisenzio e Ombrone Pistoiese colpirono la pianura tra Firenze e Prato. La piena arrivò anche a Empoli, Pontedera, Castelfranco di Sotto e Santa Croce sull’Arno. Pisa subì ulteriori danni il 13 novembre, quando crollò il ponte Solferino e cedette una parte del lungarno Pacinotti. Esondazioni furono registrate anche in Veneto, Friuli e Trentino, mentre Venezia dovette affrontare un’acqua alta eccezionale.
La piena nella notte
Le piogge erano cominciate negli ultimi giorni di ottobre e ripresero con grande intensità il 3 novembre, dopo una breve pausa. L’aumento delle temperature sciolse anche la neve caduta sui rilievi del Casentino e del Mugello, aggiungendo altra acqua ai corsi già gonfi.
Nella provincia, diversi fiumi avevano già superato gli argini prima di mezzanotte. A Firenze l’acqua entrò inizialmente dalle fognature; poco dopo le 2 il Mugnone invase la zona delle Cascine, provocando la morte di 70 cavalli e del cammello Canapone. Nelle ore successive la piena raggiunse Oltrarno, Santa Croce, San Frediano, Santo Spirito e San Niccolò, prima di arrivare in piazza del Duomo.
L’allarme, ritenuto insufficiente, non permise alla popolazione di prepararsi alla portata dell’emergenza. Alle 6.50 cedette la spalletta di piazza Cavalleggeri e l’acqua entrò nella Biblioteca Nazionale e nell’area di Santa Croce. Tra le vittime ci fu Carlo Maggiorelli, incaricato della sorveglianza degli impianti idrici dell’Anconella: rimase al suo posto durante l’emergenza e il suo corpo fu recuperato due giorni più tardi.
La solidarietà arrivò anche dal carcere delle Murate. I detenuti, costretti a lasciare l’edificio minacciato dall’acqua, furono accolti nelle abitazioni dei fiorentini, che aprirono le porte senza distinzione. Nel pomeriggio il livello iniziò a diminuire nel centro cittadino, mentre la piena proseguiva verso i comuni situati più a valle.
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