Albanese a Roma: il rapporto che accusa Israele e chiama in causa l’Occidente
Alla presentazione con Maddalena Oliva, la relatrice ONU ha parlato di torture, arresti di massa e responsabilità internazionali, sostenendo che i palestinesi restino intrappolati in un sistema di violenze strutturali.
A Roma Francesca Albanese ha messo al centro non solo le violenze denunciate nel suo rapporto, ma anche il nodo politico che le accompagna: l’inerzia della comunità internazionale. Davanti a un pubblico numeroso nello spazio di SpazioTempo, l’incontro ha riportato in primo piano le accuse rivolte a Israele per il trattamento riservato ai palestinesi, da Gaza alla Cisgiordania.
Nel confronto con Maddalena Oliva, la relatrice speciale dell’ONU ha insistito su un punto preciso: il documento, presentato a marzo 2026 a Ginevra al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, descrive un uso sistematico della tortura. La versione italiana del rapporto è stata pubblicata da PaperFirst e distribuita in edicola insieme a il Fatto Quotidiano.
Le accuse contenute nel rapporto
Albanese ha ricostruito un quadro fatto di arresti di massa, detenzioni e abusi, sostenendo che dopo il 7 ottobre decine di migliaia di palestinesi, tra donne, uomini e bambini, siano finiti nelle carceri israeliane. Nel suo intervento ha ricordato che le testimonianze su maltrattamenti, torture e stupri non arrivano soltanto dal suo lavoro, ma anche da organizzazioni palestinesi e israeliane, dalla Commissione indipendente dell’ONU su Israele e Palestina e dal Comitato per la prevenzione della tortura.
Tra le frasi più nette, la relatrice ONU ha detto: “La tortura fa al corpo quello che il genocidio fa a un popolo. La violenza non giustifica mai la violenza, bisogna mettere un punto”. Ha aggiunto che il numero delle persone arrestate e torturate, a suo giudizio, mostrerebbe l’intento di distruggere il popolo palestinese.
Il ruolo della comunità internazionale
La parte più dura del suo discorso ha riguardato i governi occidentali. Albanese ha accusato anche l’Italia, insieme ad altri Paesi, di continuare ad autorizzare trasferimenti di armi, scambi commerciali e cooperazione di intelligence con Israele, definendo questa scelta una forma di complicità nei crimini denunciati.
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Ha poi sostenuto che i numeri restino drammatici: secondo il rapporto, sarebbero ancora 9mila i palestinesi detenuti, circa la metà senza processo, mentre i desaparecidos sarebbero intorno a 4mila. In questo scenario, ha spiegato, la tortura non sarebbe un eccesso isolato ma parte di un meccanismo più ampio, legato a un progetto di genocidio.
Elezioni israeliane e prospettive limitate
Guardando al voto in Israele, Albanese si è mostrata scettica sugli effetti di un possibile cambio di governo. Per lei, la condizione dei palestinesi e il godimento dei loro diritti cambierebbero poco qualunque fosse l’esito delle urne.
Ha avvertito che un ricambio politico potrebbe produrre soltanto un’operazione cosmetica, gradita soprattutto agli osservatori occidentali, senza modificare la sostanza del sistema. Nel suo ragionamento ha citato anche Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, sostenendo che la loro eventuale uscita di scena non basterebbe a cancellare occupazione e apartheid.
Sulla stessa linea si è mossa Maddalena Oliva, che ha parlato di un meccanismo in cui tortura e sofferenza diventano strumenti politici. Anche per la condirettrice de il Fatto Quotidiano, il risultato delle elezioni non sarebbe decisivo: il vero obiettivo, ha osservato, dovrebbe essere la fine del sistema di apartheid.
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