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Attualità 3 min di lettura15 ott

Zuncheddu, 33 anni in cella: il film che riapre la ferita

Francesco Piras racconta la lunga vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu con una regia rigorosa e un Ferracane capace di dare forma al dolore senza enfasi.

Il punto di forza di Zustissia non sta soltanto nella storia che porta sullo schermo, ma nel modo in cui sceglie di rappresentarla. L’esordio di Francesco Piras trasforma l’attesa, il tempo sospeso e la ricerca della verità in materia visiva, evitando di limitarsi a illustrare i dialoghi o a ricostruire i fatti in maniera convenzionale.

La vicenda è quella di Beniamino Zuncheddu, pastore sardo rimasto in carcere per 33 anni e 8 mesi prima di essere assolto perché non aveva commesso il fatto. A interpretarlo nella fase adulta è Francesco Ferracane, protagonista di una prova costruita su silenzi, esitazioni e minime variazioni dello sguardo.

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Una regia che rende visibile l’attesa

Piras lavora sullo spazio con movimenti di macchina precisi: panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate diventano strumenti per accompagnare lo spettatore dentro un mondo immobile solo in apparenza. Le immagini alternano i paesaggi aspri, le pecore e i ruderi agli ambienti più chiusi del procedimento giudiziario e alla vicinanza dei volti.

La messinscena conserva una forte tensione anche nei momenti più trattenuti. La scrittura, allo stesso tempo, chiarisce i passaggi del caso e delle norme senza rinunciare a delineare personaggi silenziosi, persone schiacciate dagli eventi e figure capaci di opporsi con discrezione. Il commento musicale, volutamente sommesso e affidato a Iosonouncane, contribuisce a mantenere il film in una dimensione sospesa.


La condanna e la svolta decisiva

La sera del 27 febbraio 1991 Zuncheddu si trovava nella sua casa di Burcei, nel sud-est della Sardegna, insieme alla sorella e al cognato. In televisione seguiva la partecipazione dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo quando la polizia lo arrestò: aveva 26 anni ed era accusato di aver ucciso tre pastori e ferito un quarto uomo nelle campagne vicine ai terreni dove portava al pascolo gli animali.

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Il giovane si dichiarò sempre estraneo ai delitti, ma fu condannato all’ergastolo dopo tre procedimenti celebrati in meno di un anno nei diversi gradi di giudizio. Trascorse 25 anni senza ottenere nemmeno un permesso. Nel 2016 il caso passò all’avvocato Mauro Trogu, interpretato da Michele Riondino, che dopo anni di lavoro riuscì a ottenere, nel 2021, la revisione del processo grazie a un elemento nuovo.


Il testimone cambia la storia

La svolta arrivò dalla testimonianza dell’unico superstite e testimone oculare. L’uomo aveva già modificato la propria versione entro 40 giorni dai fatti; in seguito dichiarò di non avere riconosciuto Zuncheddu durante la notte degli omicidi. Aggiunse inoltre che un agente della Criminalpol gli avrebbe indicato proprio quel nome mostrandogli una fotografia segnaletica.

Il film segue questo percorso senza affidarsi al pietismo. La parte biografica mantiene una distanza misurata, mentre quella processuale conduce in un sistema che appare prima privo di uscita e poi intrappolato in cavilli capaci di rinviare per mesi la revisione. Il risultato è un racconto progressivo, schierato dalla parte delle vittime dell’errore giudiziario ma lontano da toni urlati.

Ferracane rende la remissività di Zuncheddu attraverso una recitazione quasi interamente affidata alle microespressioni e ai movimenti rallentati. Il suo personaggio sembra consumarsi gradualmente sotto il peso di una sorte costruita da altri: una prova che, secondo la lettura proposta dal film, negli Stati Uniti potrebbe valergli un Oscar. Anche Riondino sceglie una misura controllata nel ruolo di Trogu, con un accento sardo appena suggerito e mai trasformato in caricatura.

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