Zhang Weiwei gela l’Europa: «Leadership molto debole
Il docente cinese difende il modello politico di Pechino, critica la dipendenza europea da Washington e invita a evitare una guerra commerciale.
L’Europa dovrebbe smettere di cercare l’approvazione degli Stati Uniti e recuperare una propria direzione strategica. È questa la tesi più netta di Zhang Weiwei, professore di Relazioni internazionali alla Fudan University e direttore del China Institute, secondo cui Bruxelles avrebbe perso parte della sua autonomia e disporrebbe oggi di una classe dirigente inadeguata.
Zhang è una delle voci pubbliche più note della Cina. All’attività accademica affianca la partecipazione a programmi televisivi e una forte presenza sui social, mentre nel 2021 intervenne davanti al Politburo del Partito comunista cinese, presieduto da Xi Jinping, sul modo in cui il Paese dovrebbe presentarsi al resto del mondo.
Il nodo commerciale divide Cina ed Europa
Secondo il docente, lo squilibrio tra le esportazioni cinesi verso l’Unione europea e l’accesso delle aziende europee al mercato cinese viene letto in modo parziale. Una quota del surplus attribuito a Pechino, sostiene, deriva da beni prodotti in Cina da società europee e successivamente venduti nel continente.
Nel calcolo andrebbero poi inseriti anche gli scambi nei servizi, settore nel quale sarebbe invece l’Unione europea a vantare un saldo positivo. Zhang ritiene quindi che il divario reale sia più contenuto rispetto alle cifre normalmente citate e afferma che la Cina non punta né a un avanzo né a un disavanzo permanente. «Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa», ha detto parlando dei rapporti economici tra le due aree.
Il suo appello riguarda anche la politica estera. A suo giudizio, l’integrazione europea è stata sostenuta da Pechino per decenni, mentre sono stati gli stessi Paesi europei a cedere una parte della loro indipendenza. Macron, ricorda Zhang, ha evocato il rischio di una subordinazione agli Stati Uniti; Donald Trump, invece, tenderebbe a rispettare soprattutto gli Stati e i leader capaci di mostrare forza.
Pechino rivendica il modello cinese
Alla base della sua analisi c’è la definizione della Cina come “Stato-civiltà”: non soltanto uno Stato moderno, ma anche il risultato di una continuità politica e culturale millenaria. Zhang fa risalire questa peculiarità all’unificazione del 221 avanti Cristo e alla lunga esperienza di amministrazione centralizzata.
Il professore richiama inoltre gli esami imperiali, introdotti circa 1.500 anni fa per selezionare i funzionari pubblici. Nella sua lettura, questa tradizione spiegherebbe l’importanza attribuita oggi all’esperienza amministrativa: molti dirigenti cinesi, prima di arrivare ai vertici, avrebbero governato province con decine o persino oltre cento milioni di abitanti.
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Da qui nasce il confronto con l’Europa. «Considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo», ha dichiarato Zhang, aggiungendo di giudicare quella dell’Unione europea «molto debole» e «molto al di sotto» di quella cinese. La sua posizione contesta l’idea che il multipartitismo, l’alternanza elettorale e la democrazia liberale siano criteri validi in modo uniforme per valutare ogni sistema politico.
Dalle Primavere arabe alla guerra in Ucraina
Questa impostazione lo aveva già portato, nel confronto del 2011 con Francis Fukuyama, a sostenere che la modernizzazione potesse seguire percorsi diversi da quello liberaldemocratico. Zhang ricorda di avere previsto un esito negativo per le Primavere arabe, da lui indicate come possibili anticipatrici di un “inverno arabo”, e di avere messo in guardia anche dai rischi del populismo nelle democrazie occidentali.
A distanza di quindici anni collega quelle previsioni all’ascesa di Donald Trump. Nella sua ricostruzione, anche gli Stati Uniti avrebbero avuto bisogno di riforme profonde, non soltanto la Cina. Il giudizio non riguarda quindi esclusivamente il modello europeo, ma l’intero equilibrio politico dell’Occidente.
Sull’Ucraina, Zhang riprende la posizione ufficiale di Pechino: l’espansione della Nato avrebbe contribuito in modo decisivo all’origine del conflitto. Considera inoltre «irrazionale» l’ipotesi, sostenuta in alcuni Paesi europei, di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio.
Nel quadro delineato dal professore, l’Europa dovrebbe dunque difendere interessi propri, distinti da quelli di Washington, Mosca e Pechino. La sua critica alla dipendenza dagli Stati Uniti si accompagna alla richiesta di una leadership europea più autonoma, capace di negoziare senza trasformarsi nel terreno di confronto tra le grandi potenze.
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