Zhang Weiwei e la sfida cinese: «Europa molto debole
L’intellettuale vicino alla narrazione di Pechino difende il modello politico cinese, critica l’autonomia europea e mette in guardia da una guerra commerciale tra Cina e Unione europea.
La Cina non sarebbe soltanto una potenza economica in crescita, ma un modello politico fondato su una storia diversa da quella occidentale. È questa la chiave con cui Zhang Weiwei, docente di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University, legge il confronto tra Pechino, Europa e Stati Uniti.
Durante un incontro al Centro Studi Americani, l’intellettuale cinese ha sostenuto che l’Unione europea soffra di una leadership insufficiente e di una perdita di autonomia strategica. Il suo giudizio è netto: la classe dirigente cinese sarebbe «tra le più competenti al mondo», mentre quella europea risulterebbe «molto debole».
Il modello cinese secondo Zhang
Zhang costruisce la propria analisi attorno all’idea di “Stato-civiltà”. La Cina, nella sua interpretazione, non può essere valutata come un normale Stato-nazione moderno: sarebbe la combinazione tra una struttura statale contemporanea, estesa e altamente organizzata, e una civiltà politica con radici millenarie.
Per spiegare questa continuità, il professore richiama l’unificazione del 221 avanti Cristo e la lunga tradizione della selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali. Il sistema attuale, sostiene, valorizzerebbe ancora l’esperienza amministrativa: molti dirigenti arrivati ai vertici avrebbero prima governato province con decine di milioni di abitanti, talvolta oltre cento milioni.
Da questa prospettiva, il multipartitismo e l’alternanza elettorale non possono essere automaticamente assunti come criteri validi per giudicare ogni sistema politico. Zhang contrappone così alla centralità occidentale delle istituzioni liberaldemocratiche un percorso cinese basato su continuità storica, selezione dei dirigenti e capacità amministrativa.
Europa tra Washington e Pechino
Secondo l’intellettuale cinese, il problema europeo non riguarda soltanto l’economia. L’Unione avrebbe progressivamente ceduto parte della propria indipendenza agli Stati Uniti, fino a trovarsi esposta alle scelte di Washington senza riuscire a difendere pienamente interessi autonomi.
Zhang cita anche Emmanuel Macron, che in passato ha evocato il rischio per l’Europa di trasformarsi in una sorta di dipendenza politica americana. A suo giudizio, il continente dovrebbe invece assumere una posizione più ferma, considerando che le sue priorità non coincidono necessariamente con quelle di Stati Uniti, Russia e Cina.
Nel suo ragionamento entra anche Donald Trump. Zhang ritiene che il presidente statunitense tenda a rispettare soprattutto i Paesi e i leader percepiti come forti, citando Vladimir Putin e la dirigenza cinese. Per questo, aggiunge, l’Europa non dovrebbe concentrarsi sulla ricerca dell’approvazione americana, ma sulla tutela dei propri obiettivi.
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Commercio, il rischio dello scontro
Il rapporto economico tra Cina e Unione europea resta uno dei punti più delicati. Bruxelles contesta a Pechino un ampio surplus commerciale, ma Zhang invita a leggere i dati includendo anche le attività delle aziende europee che producono in Cina e poi vendono nel mercato dell’Unione.
L’analisi, secondo il professore, dovrebbe comprendere inoltre gli scambi nei servizi, settore nel quale sarebbe la Cina ad avere un saldo negativo rispetto all’Europa. Considerando profitti delle imprese e servizi, la distanza apparirebbe quindi meno ampia di quanto indicato dal solo commercio di beni.
La posizione che attribuisce a Pechino è quella di un equilibrio reciproco, non del mantenimento di un avanzo permanente. Zhang ha definito una guerra commerciale «semplicemente stupida» per entrambe le parti e ha sostenuto la necessità di ampliare i benefici comuni invece di contendersi una ricchezza considerata fissa.
Le previsioni rivendicate
L’intervista si inserisce nella lunga battaglia pubblica di Zhang contro l’idea che la modernizzazione debba seguire un unico modello. Nel 2011, nel confronto con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia, aveva contrapposto alla fiducia nelle istituzioni liberaldemocratiche la tesi di un’ascesa cinese capace di dimostrare l’esistenza di strade alternative.
A distanza di quindici anni, Zhang ricorda di aver guardato con scetticismo all’entusiasmo per le Primavere arabe, prevedendo una fase definita «inverno arabo». Rivendica inoltre di aver chiesto riforme profonde anche per il sistema politico statunitense e di aver messo in guardia sul rischio che il populismo indebolisse le democrazie occidentali, fino a favorire l’elezione di un presidente più impopolare di George W. Bush.
Il riferimento implicito è all’ascesa di Donald Trump, che Zhang considera una conferma delle proprie valutazioni. La stessa lettura viene applicata alla crisi europea e alla guerra in Ucraina: secondo lui, l’espansione della Nato avrebbe contribuito a creare le condizioni del conflitto, mentre l’ipotesi europea di prepararsi a un possibile scontro con la Russia entro la fine del decennio sarebbe «irrazionale».
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