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Attualità 4 min di lettura3 ore fa

Youssef Siher scarcerato, scontro sulle accuse di terrorismo

La decisione della gip divide destra e sinistra e riaccende il confronto sul ruolo delle piattaforme digitali

Youssef Siher è stato scarcerato dopo la decisione della giudice per le indagini preliminari. Il provvedimento ha riaperto lo scontro politico sulle accuse di eversione terroristica e sui contenuti pubblicati in rete.

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La legge sull’antisemitismo

La vicenda si intreccia con il disegno di legge contro l’antisemitismo, che potrebbe ottenere il via libera definitivo alla Camera. Al Senato, però, è stata eliminata la parte che affidava al Governo e all’Agcom la costruzione di un sistema per controllare, segnalare, rimuovere e sanzionare i contenuti online.

Quella sezione figurava nella proposta originaria presentata con la prima firma di Graziano Delrio. Il testo avrebbe imposto alle piattaforme almeno procedure effettive per la gestione dei materiali pubblicati nei loro spazi digitali, ma la cancellazione ha trovato d’accordo sia l’opposizione di sinistra sia la maggioranza di destra.

Il risultato, sostiene il commento, è che messaggi antisemiti e incitamenti all’odio possono restare sulle pagine e sui canali social fino a quando qualcuno non viene scelto come responsabile di un episodio più ampio. Nel frattempo, i grandi gestori della rete non vengono chiamati a rispondere delle pubblicazioni che avrebbero gli strumenti per limitare.


Il ruolo delle grandi piattaforme

Meta e X vengono indicate come infrastrutture utilizzate per organizzare campagne, diffondere comunicazioni e raccogliere adesioni. Il testo attribuisce loro anche la capacità di alterare la percezione dei fatti, mentre gruppi e figure che alimentano disordine e ostilità sfruttano la diffusione dei contenuti digitali.

Secondo questa lettura, l’attenzione delle istituzioni si concentra periodicamente su singoli personaggi presentati come colpevoli, evitando di affrontare il rapporto con i proprietari delle piattaforme. L’odio, osserva il commento, produce interazioni e amplia la circolazione dei messaggi; per questo la moderazione dei contenuti non sarebbe una priorità per le aziende.

Tra i titolari delle grandi società tecnologiche viene citato Elon Musk, indicato come soggetto con un evidente interesse politico nelle discussioni sulla diffusione dell’odio. La critica riguarda quindi anche l’assenza di regole capaci di coinvolgere direttamente i gestori dei servizi.


La scarcerazione e le accuse

Nel caso di Siher, l’attenzione si è spostata sulla gip Tiziana Landoni, una delle firmatarie di un appello di giuristi sui crimini commessi a Gaza. Il suo orientamento personale è stato usato per insinuare una possibile parzialità, ma il commento sostiene che il confronto dovrebbe riguardare le motivazioni del provvedimento e non le opinioni della magistrata.

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A ridimensionare l’accusa di pregiudizio filo-palestinese contribuisce il fatto che allo stesso appello abbia aderito anche Francesca Crupi, la pm che aveva chiesto la misura cautelare per Siher. La presenza dei due nomi, si osserva, rende meno lineare l’argomento fondato sulle convinzioni personali della giudice.

Il commento riconosce tuttavia che, in una situazione rovesciata, lo stesso metodo sarebbe probabilmente impiegato dalla sinistra contro magistrati schierati su temi contestati, come la separazione delle carriere. La dinamica descritta è quella di una contrapposizione speculare, nella quale ogni parte applica all’altra criteri che non sempre accetta per sé.


Le reazioni della politica

Subito dopo la scarcerazione, la destra ha accusato i giudici di proteggere persone considerate terroriste, mentre la sinistra ha celebrato Siher come una vittima politica. Il commento contesta entrambe le rappresentazioni e considera priva di fondamento l’imputazione di eversione terroristica, senza per questo assolvere le sue campagne contro Israele e gli ebrei.

Le dichiarazioni attribuite a Siher dopo il 7 ottobre, compreso l’uso di «Allah Akbar», non vengono quindi trasformate in gesti umanitari. Allo stesso tempo, l’eventuale infondatezza dell’accusa penale non viene presentata come una riabilitazione delle sue posizioni.

Giorgia Meloni lo aveva definito, con formule diverse, «l’ideatore», «la mente», «il regista», «l’istigatore» e «l’organizzatore» delle violenze del pomeriggio del 17 ottobre. Nel commento si contesta l’idea che abbia agito da solo, con l’aiuto della moglie e attraverso un’intensa attività sui social, soprattutto perché tale ricostruzione farebbe decorrere l’istigazione dalla sera del 18 novembre.

Tra i contenuti citati nell’accusa compare anche il messaggio secondo cui «lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Per Meloni, la mancata detenzione preventiva dell’autore sarebbe stata «vergognosa».

Il caso, secondo il commento, potrebbe non tradursi in pesanti conseguenze giudiziarie per Siher e offrirgli invece spazio nei programmi televisivi dedicati alla causa palestinese. La discussione resta così concentrata sul singolo imputato, mentre il problema delle responsabilità delle piattaforme continua a rimanere senza una disciplina effettiva.

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