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Attualità 5 min di lettura48 min fa

Yandex colpita, i bot filorussi sono davvero spariti? Cosa dicono i dati

Gli attacchi ucraini hanno fatto crollare il traffico automatico della rete russa, ma le prove di un blocco della propaganda online restano insufficienti.

L’idea che i bot filorussi siano improvvisamente scomparsi dalla rete rischia di essere più fuorviante del fenomeno che pretende di descrivere. Lukasz Olejnik, esperto di sicurezza informatica e ricercatore al King’s College di Londra, ha definito «una convinzione sbagliata e pericolosa» la tesi secondo cui le operazioni di influenza si sarebbero fermate dopo i danni ai centri dati di Yandex.

Le reti di manipolazione, ha spiegato Olejnik, possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, sistemi intermedi e servizi cloud occidentali. Per questo la perdita di operatività di una singola infrastruttura russa non basta a dimostrare che le campagne informative siano state interrotte.

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Il dato tecnico ha alimentato l’equivoco

Tra l’8 e l’11 ottobre droni ucraini hanno raggiunto tre strutture di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Gli attacchi hanno provocato disservizi in vari settori digitali russi, dai pagamenti al trasporto in taxi, fino alle applicazioni per le aziende e ai servizi cloud.

Il centro di Sasovo ospita inoltre due dei tre supercomputer impiegati da Yandex nello sviluppo dei propri modelli di intelligenza artificiale. Non è però stato chiarito se quelle macchine abbiano subito danni. L’episodio ha comunque messo in luce quanto sia fragile un sistema tecnologico concentrato su un’unica società, dalla quale dipendono milioni di persone e migliaia di imprese.

A catturare l’attenzione è stato soprattutto un rilevamento di Cloudflare: il traffico automatico associato alla rete di Yandex sarebbe diminuito del 94%. Il dato è stato rapidamente interpretato come la prova di un indebolimento della macchina propagandistica russa, ma la parola “bot” comprende attività molto diverse tra loro.

Rientrano in questa categoria sia i profili programmati per pubblicare messaggi sui social sia i programmi che inviano posta indesiderata. Ci sono anche i sistemi automatici utilizzati dai motori di ricerca per visitare e catalogare le pagine web, proprio il tipo di traffico al quale si riferisce soprattutto la misurazione di Cloudflare.


La propaganda non risulta paralizzata

La riduzione dei passaggi automatici, quindi, non equivale alla scomparsa degli account filorussi su X, Facebook o Telegram. Non dimostra nemmeno che le attività di influenza siano cessate, anche se non si possono escludere effetti indiretti sugli strumenti impiegati da quelle reti.

In Italia Carlo Calenda ha collegato il calo osservato online alla presenza di una vasta attività automatizzata. In un messaggio pubblicato su X ha sostenuto che «metà di quello che leggiamo online sono bot» e ha invitato l’Europa a reagire alle operazioni capaci, a suo giudizio, di alimentare l’ostilità verso l’Ucraina e di indebolire il continente.

Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma e studioso della disinformazione, ha adottato un approccio più cauto. La diminuzione del traffico automatico può essere misurata, mentre il presunto collasso delle reti di influenza richiederebbe prove specifiche che al momento non sono disponibili.

Il ricercatore ha però indicato l’episodio come una possibile occasione di studio: un evento in grado di mostrare come reagisce l’ambiente informativo quando una parte delle infrastrutture che lo sostengono viene meno.

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Le verifiche ridimensionano l’entusiasmo

Le prime analisi indipendenti non confermano un crollo generalizzato delle interazioni. Valdemar Osted, analista di Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook pubblicati sotto i contenuti di 76 politici dell’AfD e di 136 profili legati al movimento MAGA.

Dopo aver corretto i risultati considerando l’orario e l’età dei post, il gruppo ha rilevato variazioni comprese tra il -8% e il +5% per AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA. Si tratta di oscillazioni ritenute normali, anche se Osted ha precisato che l’osservazione riguarda una sola piattaforma e un intervallo temporale molto breve.

Un altro caso discusso online riguarda Tucker Carlson. Secondo una ricostruzione circolata su X, le visualizzazioni dei suoi contenuti sarebbero diminuite del 71% dopo gli attacchi. Il confronto, tuttavia, prendeva in esame sette pubblicazioni precedenti e soltanto quattro successive, pubblicate in momenti differenti: i post più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni.

Anche Amil Khan, amministratore delegato di Valent, società che sorveglia numerose reti di disinformazione, ha riferito di non avere individuato cambiamenti evidenti nei volumi dei contenuti diffusi. Le valutazioni disponibili, dunque, non autorizzano a collegare automaticamente ogni variazione agli attacchi contro Yandex.


Una questione più grande dei server

Il tema sollevato da Quattrociocchi va oltre il singolo attacco. Il docente figura tra gli autori di Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space, rapporto pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea.

Lo studio sostiene che la disinformazione non possa essere contrastata limitandosi a riconoscere le notizie false o a individuare chi le produce. A incidere è anche la struttura dell’ambiente digitale, dove gli algoritmi e i modelli economici delle piattaforme tendono a premiare ciò che trattiene più a lungo l’attenzione, spesso attraverso contenuti emotivi e conflittuali.

Le operazioni straniere sfruttano questo meccanismo senza averlo necessariamente creato. Account automatici, centri dati, sistemi di raccomandazione, servizi cloud e strumenti di intelligenza artificiale compongono una rete tecnologica complessa, nella quale è difficile isolare una singola causa.

Gli attacchi a Yandex hanno mostrato il peso strategico di questa infrastruttura, ma anche i limiti delle interpretazioni basate su un solo indicatore. Per stabilire se siano state davvero fermate specifiche campagne di propaganda servono ulteriori analisi delle reti coinvolte e prove del loro legame con i sistemi danneggiati.

Resta così una domanda più ampia: quale spazio informativo è stato costruito quando i contenuti più capaci di attirare attenzione sono spesso quelli che alimentano lo scontro? Il problema, osserva Quattrociocchi, rimarrebbe anche nell’ipotesi in cui tutte le fabbriche russe di troll cessassero di funzionare.

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