Bot russi in silenzio? Il dato che ridimensiona l’allarme
Il traffico automatico di Yandex è crollato dopo gli attacchi ucraini, ma non ci sono prove che la propaganda filorussa sui social si sia fermata.
La minaccia non sarebbe scomparsa dai social solo perché una parte dell’infrastruttura russa è rimasta offline. Lukasz Olejnik, esperto di sicurezza informatica e ricercatore al King's College di Londra, ha definito “una convinzione sbagliata e pericolosa” l’idea che gli attacchi a Yandex abbiano spento i bot filorussi: le reti di influenza possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, servizi cloud occidentali e sistemi intermedi, continuando così a operare anche senza i server dell’azienda russa.
La vicenda riporta al centro un interrogativo più ampio: quanto dipende la disinformazione dalle singole piattaforme e quanto, invece, dall’ecosistema digitale che premia i contenuti più emotivi e divisivi? La risposta resta aperta, anche nell’ipotesi che tutte le fabbriche di troll russe interrompessero le proprie attività.
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La guerra informativa non passa da un solo
Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma e studioso di polarizzazione, ha invitato a non confondere la riduzione del traffico automatizzato con la paralisi delle campagne di influenza. Secondo il ricercatore, l’episodio può tuttavia offrire una rara occasione per osservare come reagisce l’ambiente informativo quando una componente tecnologica viene improvvisamente meno.
Quattrociocchi figura tra gli autori di *Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space*, rapporto pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea. Il documento sostiene che contrastare le notizie false non basti: occorre intervenire anche sull’architettura digitale, sui sistemi di raccomandazione e sui modelli economici che trasformano l’attenzione degli utenti in valore.
Il crollo registrato da Cloudflare
Per alcuni giorni molti utenti hanno avuto l’impressione di vedere meno provocazioni politiche e meno messaggi aggressivi online. La percezione è stata ripresa da esponenti politici e osservatori in Europa e negli Stati Uniti, fino a essere citata da Volodymyr Zelensky durante il Warsaw Security Forum del 12 ottobre, quando il presidente ucraino ha parlato di social più respirabili grazie alla presunta diminuzione dei bot.
Un dato concreto esiste: Cloudflare ha rilevato una contrazione del 94% nel traffico automatico associato alla rete di Yandex, il principale motore di ricerca russo e l’equivalente locale di Google. Questo numero, però, non dimostra da solo che siano calati i profili filorussi su X, Facebook o Telegram, né che le operazioni di propaganda siano state interrotte.
Gli attacchi e l’equivoco sui bot
Tra l’8 e l’11 ottobre droni ucraini hanno raggiunto tre centri dati di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Le incursioni hanno causato disservizi in diversi settori russi, dai pagamenti ai servizi di taxi, passando per le applicazioni destinate alle imprese e per il cloud.
Il sito di Sasovo ospita inoltre due dei tre supercomputer impiegati da Yandex nello sviluppo dei propri modelli di IA, anche se non è stato chiarito se quelle macchine abbiano subito danni. L’episodio ha evidenziato la fragilità di un sistema tecnologico accentrato, nel quale una singola società sostiene servizi utilizzati da milioni di persone e da migliaia di aziende.
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La parola “bot”, tuttavia, comprende strumenti molto diversi. Nella misurazione di Cloudflare rientrano soprattutto i crawler che visitano le pagine per consentirne la scansione e l’indicizzazione, non soltanto gli account che pubblicano messaggi automatici, diffondono posta indesiderata o alimentano discussioni sui social.
Le verifiche frenano l’entusiasmo
Le prime analisi esterne non hanno confermato un collasso delle attività politiche automatizzate. Valdemar Osted, analista di Common Consultancy, ha esaminato i commenti comparsi sotto i post di 76 politici dell’AfD e di 136 profili collegati al movimento MAGA. Dopo aver corretto i dati in base all’orario e all’età delle pubblicazioni, il gruppo ha registrato variazioni comprese tra il -8% e il +5% per l’AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA: oscillazioni considerate normali, pur con il limite di un’osservazione condotta su una sola piattaforma e per pochi giorni.
Un altro caso riguarda Tucker Carlson. Su X è circolata l’ipotesi che le visualizzazioni dei suoi contenuti fossero diminuite del 71% dopo gli attacchi. Il confronto, però, metteva a paragone sette pubblicazioni precedenti con quattro successive, diffuse in momenti diversi: i post più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni. Anche Amil Khan, amministratore delegato di Valent, società che segue numerose reti di disinformazione internazionali, ha riferito al Guardian di non aver rilevato cambiamenti evidenti nel volume dei contenuti.
In Italia Carlo Calenda ha interpretato il dato in modo molto più netto. In un messaggio su X ha sostenuto che una parte consistente dei contenuti favorevoli all’AfD, al movimento MAGA e alla Brexit, oppure ostili all’Ucraina, sarebbe prodotta da bot destinati a indebolire l’Europa, chiedendo una reazione politica.
Il vero nodo è l’ecosistema digitale
Le operazioni straniere di influenza sfruttano data center, account automatizzati, sistemi di suggerimento, servizi cloud e strumenti di IA generativa. Non hanno necessariamente creato i meccanismi che amplificano i contenuti polarizzanti, ma li utilizzano per ottenere maggiore visibilità e trattenere più a lungo l’attenzione degli utenti.
Gli attacchi contro Yandex hanno quindi mostrato quanto le infrastrutture digitali siano diventate un obiettivo strategico. Per stabilire se abbiano davvero bloccato specifiche campagne di propaganda serviranno però analisi delle reti coinvolte, tracciamento delle attività e prove del collegamento tra quelle operazioni e i centri dati colpiti. Al momento è documentato il calo del traffico automatico, non la fine dell’influenza russa online.
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